mercoledì 22 maggio 2013

Pure i titoli, in Jazz. Il concerto di Andrea Bonioli ascoltato (e recensito) da Pier Giorgio Camaioni


Ti pilotavano in schematici appartamenti anni ’60 dai pavimenti in graniglia, e tu trangugiavi ruspanti prelibatezze fatte in casa, bevevi vino denso del nonno, ti accoccolavi su sedie di fòrmica divani similpelle e tappeti finto-persiani, per ascoltare Jazz sconosciuto e segreto ma gustoso. Una volta i CAMERA CONCERTO a San Benedetto erano così. Poi si sono “evoluti”. Adesso, capita che ti ospitino in un confortevole ristorante-chalet, che fa pesce come si deve. E per star sicuri, ecco un gruppo di musicisti che già si conosce. La Bussola è affidabile, è una garanzia, sennò non si chiamerebbe Bussola… Andrea Bonioli Quartet, quelli del disco con gli occhiali Ray-ban d’antan verdi e coi titoli buffi:
il batterista-con-le-bacchette-rosse (autore e arrangiatore dell’intero album, chapeau!), il pianista Raf Ferrari di nome e di fatto, il lucido sassofonista con gli strumenti opachi, l’agile contrabbassista che rassomiglia a Francesco De Gregori ragazzo. Bravi. Affiatati. Concentrati. Professionisti, insomma. Insensibili ai profumi di pesce squisito, al placido panorama di mare non ancora stressato dai turisti, alle voci di compagnie allegre, talvolta poco silenziose e poco attente… Ri-ascoltandoli, mi colpisce come ogni pezzo sia strutturato con rigore quasi matematico. Non succede sempre nel Jazz, dove l’improvvisazione-per-contratto, talvolta esasperata, può allontanare confondere e intontire l’ascoltatore. In “Today”, ogni pezzo conserva un chiaro (e magari orecchiabile) motivo ricorrente, svolto e riproposto con invenzioni non casuali, che conducono chi ascolta per strade libere ma comprensibili, mai accidentate. Pezzi scritti studiati arrangiati ed eseguiti con rispetto del pubblico. C’è equilibrio, margine di manovra, i musicisti non suonano mai al limite, niente gesti, niente barocchismi, niente scene. La batteria è un ricamo sempre nuovo. C’è essenza e atmosfera. Un quartetto con gli ingranaggi a posto, senza attriti, senza ansia da prestazione. Rasserenante e leale, anche se al Jazz questo non è richiesto. Quelli che non t’aspetti sono i titoli, divertenti, originali, ironici, leggeri. Pensosi, in fondo. Quante volte facciamo quella faccia un po’ così, sentendo titoli improbabili incomprensibili insulsi mielosi indigesti pomposi sempre i soliti o addirittura da presa in giro. E pensiamo… bah! Stavolta no. Ovviamente I-Pod, You Tube, Face Book, Grande Fratello, Low Cost, I-Kea, Outlet, No B-day non significano niente, hanno solo il compito di far sorridere e un po’ riflettere sulla loro stessa “esistenza”, sono giusto un riferimento curioso. Un po’ come quando in musica classica usava contrassegnare i concerti con la K seguita da un numero. Che noia. Andrea Bonioli ha inventato quest’altro metodo, meglio no? Anche questo è Jazz…

Pier Giorgio Camaioni

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