giovedì 23 maggio 2013

L'ultimo viaggio (senza passaporto) di Georges Moustaki, lo “straniero”. Una grande classe con un filo di voce.

Ho intervistato Georges Moustaki il 22 maggio del 1998: Festival Ferré. Incuteva rispetto, forse per quella barba bianca che non spiccava affatto sul suo vestito candido più della barba. Di quella intervista, ricordo perfettamente alcuni passaggi; quello su Dio, ad esempio, che c'è ma non c'è, che s'incarna nella natura e non c'è mai quando serve. Di un mondo senza passaporti e la possibilità di viaggiare non dovendo essere costretti a cambiare soldi a ogni passaggio di confine. A breve, almeno in Europa, il sogno di Moustaki si sarebbe avverato: il trattato di Schengen avrebbe aperto le frontiere, l'euro reso unica la valuta. Durante il suo soggiorno da queste parti, trovò il tempo di andare a Castelfidardo per acquistare una fisarmonica 3/4, non un bandoneon né un organetto, proprio una fisarmonica. Il bello fu che, durante il viaggio di ritorno, si piazzò davanti a un grosso negozio di calzature e iniziò a suonarla. Incassò la bellezza di 9mila lire, spese a vino.
Poi la sera, un concerto memorabile di fronte a una platea esaurita in ogni ordine di posti, con una band che gli somigliava totalmente, compresa la musica soffusa che emanavano gli amplificatori. Per quel concerto arrivarono giornalisti da ogni parte d'Italia, perché monsieur Moustaki era un mito, e Lo straniero la colonna sonora di sognatori di viaggi senza fine. Parlammo del maggio francese, della potenza della cultura e della musica, del sogno di vivere in un mondo senza orari né bandiere, ni dieu ni maitre, quanto Leo Ferré c'era nell'autore di Milord che, portata al successo da Edith Piaf, poi da Dalida, lo tirò fuori dalla precarietà del franco-egiziano senza arte né parte con il desiderio di vivere in mondo libero. Moustaki è scomparso a 79 anni, gravi problemi all'apparato respiratorio, hanno detto i medici. Quello che è certo, è il fatto che nel 2011 smise definitivamente di cantare con quella voce che l'età aveva reso calda e, se possibile, ancora più flebile. 

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