lunedì 6 maggio 2013

L’Uomo Fiammifero. Sogni, ricordi e il fango come Bostik

Che titolo! Mi si è scoperchiato di colpo un baule con almeno dieci anni di sogni fortissimi e odorosi, di emozioni polverose, di incontri fantastici o paurosi, di colori abbaglianti, di animali buoni e cattivi. Una miscela infiammabile che faceva i giorni lunghissimi, senza ore, e le notti misteriose, da guardare con occhi a cannocchiale. Io non l’avevo inventato né manco lo pensavo l’Uomo Fiammifero, però i fiammiferi in tasca ce li avevo sempre, come munizioni, e non mancavano nei nascondigli segreti, che mai nessuno scoprì. Il fuoco era per noi un’ossessione, una calamìta irresistibile, dovevamo sempre bruciare qualcosa, di piccolo o di grande, e fare fumo, tanto. Radunavamo rami paglia pezzi di recinti o di tetti, qualsiasi cosa potesse ardere e crepitare. Costruivamo capanne per poi bruciarle come i barbari. Naturalmente era proibitissimo. Ma non eravamo mai stati noi…
La nostra campagna degli anni ’50 era quasi uguale a quella degli anni ’80 di Marco Chiarini. Le ultime “campagne campagne” da vivere totalmente, sempre silenziose salvo quando vi passeggiavano i temporali.
Le case distanti a due piani, colori stinti finestre piccole e coppi muschiati. Le voci lontane come canti. Lucciole a sciami nei cespugli. I rumori strani ma riconoscibili. L’immancabile fango come il Bostik, l’erba medica, l’uva e le ciliege da rubare, le lucertole da stanare, canne spine nidi… pure di vespe ahi! Anche noi stavamo alla larga dalla casa-del-cane-cattivo, masticavamo rami di liquirizia e terra, ci arrampicavamo dappertutto scorticandoci a sangue. Andare al fiume era irresistibile, quei lunghi mucchi di terra (la volpara) erano formidabili punti d’avvistamento, scorciatoie per il campo di fava, nascondigli per fionde, posti per bruciare qualcosa e far segnali, per costruire vulcani funzionanti (!)… Ognuno di noi era un bambino-fiammifero, forse per questo non arrivammo a sognare l’Uomo Fiammifero.
La nostra era la “penultima campagna”, senza la Polaroid, senza la Fiat 127 bianca (massimo la Topolino-giardinetta di legno), senza Adidas, il tascapane booh. Avevamo ancora tutti i capelli corti. Niente biciclettine, di nascosto sulla bici nera coi freni a bacchetta si pedalava furiosi infilati sotto alla canna, fino a sbattere. Papà c’aveva un Motom coi pedali al posto della Kawasaki verde “tre pistoni”. Nè d’estate né mai ci s’avvicinò una bambinetta per sfidarci o giocare. Ne avevamo tre a scuola, sui banchi loro. Le scarpe sì, erano a punta già allora, senza marca. Il cinema lo faceva Don Marino. Il sapore della vita era croccante, si giocava come a lavorare, si parlava l’indispensabile, più per difendersi e attaccare, si “scriveva” sui tronchi e per terra, mappe da caccia al tesoro, con segnati sempre i punti dove appicciare il fuoco… Si rubava spago e rame, ammatassati poi in gomitoli da “vendere”, bah… Non c’erano le girelle Ferrero ma pane olio e pomodoro, vino cotto due dita, di rapina. Che paradiso.
Se c’era, a quel tempo l’Uomo Fiammifero era certo un ragazzo, ovvio che Simone più tardi lo avvisterà grande più di due metri e meno di tre, che accendeva le stelle, che mangiava pietra focaia e cortecce e beveva cherosene, che succhiava le uova col buco, che portava il frac e il papillon-cravattino sospettissimo. Ne parlarono anche i giornali, lo fotografarono nei boschi vicino alla volpara…
Oggi la campagna s’è estinta, anche nei film. Tranne in questo, per fortuna. E’ diventata come la città: case d’architetti mal ri-fatte con cani feroci alla catena, asfalto cemento macchine veloci SUV cancelli con telecamere. Vigne d’allevamento, frutta da Conad, ciclisti assatanati, B&B, pannelli solari che t’accecano. Incendi potenti e “dolosi”, mica fuocherelli magici. Taniche di benzina, non fiammiferi. Nessuno cerca più le impronte dell’Uomo Fiammifero. Sarà vecchissimo. Sarà pure morto.

Pier Giorgio Camaioni

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