giovedì 16 maggio 2013

“Papaveri, vipere e papere”. L'Italia di oggi cantata da Francesco De Gregori. Un signor concerto con un interprete impeccabile.


Dipende da quello che uno vuole andando a un concerto di Francesco De Gregori. Se pensa che ad accompagnarlo siano Jeff Beck e Billy Cobham, Mauro Pagani e Roger Water, Rick Wakemann e Greg Lake, forse è meglio che cambi destinazione serale. Se invece si “accontenta” di una band composta da fior di professionisti, ma senza picchi autoriali, questo è il concerto che fa per lui. Quando Fabrizio De Andrè iniziò a esibirsi in pubblico, ad accompagnarlo c'era un tamburello. La Pfm sarebbe arrivata molti anni dopo preceduta, nella definitiva rentrée, da tre quinti dei New Trolls (un giovanissimo Eugenio Finardi apriva il concerto).
Quello che vogliamo dire, in fondo, è che se uno va a sentire De Gregori, prima di tutto vuole ascoltare le parole, bearsi delle frasi delle sue canzoni, poi, possibilmente, cantarle con lui. E tanto è. Diciamolo subito, il concerto a noi è piaciuto, molto. Tre anni fa, quando il Principe venne da queste parti, capitammo in una delle sue mitiche serate no, quelle che se provi a fargli vedere il led di uno smartphone ti pigli una serie impressionante di vaffa, direttamente dal palco. Ecco, quella fu una serata che ricordiamo ancora per la cafonaggine del Principe: niente affatto disponibile, molto irritato e irritabile, per nulla all'altezza del nome e della classe che tutti gli riconoscono. A un certo punto ci prese lo schiribizzo di andarcene, ma restammo solo per vedere dove sarebbe arrivato con le insolenze: quella sera, Keith Jarrett sarebbe apparso un dilettante, per giunta alle prime armi. Tre anni dopo, invece, abbiamo trovato un De Gregori gentile, educato, quasi sussiegoso: inchino all'ingresso sul palco, considerata la distanza dei posti riservati alla stampa, forse un sorriso, propensione alla battuta: “Il mio nuovo cd, Sulla strada, è un disco bellissimo. Vi consiglio di acquistarlo, dicono che faccia miracoli. Sicuramente fa innamorare e poi, passato sulla testa, fa ricrescere i capelli”. L'inizio è tutto dedicato a tre brani di Sulla strada. Quella che musicalmente spicca di più, è un'accentuazione country e country-rock che è sempre stata nelle corde di De Gregori ma che, nelle esibizioni dal vivo, si acuisce notevolmente. Una di seguito all'altra arrivano: Sulla strada, A passo d'uomo e Belle Epoque, una canzone che si rifà, anche come ritmo, ai primi del '900 e che all'interno del testo, narra di Dino Campana. “Faccio queste tre e poi tiro fuori i gioielli”, dice De Gregori, e la gente, già calda, inizia a cantare Titanic, Viva l'Italia e, udite udite, Generale, “vittima” di un arrangiamento che non ci convince affatto, ma tant'è, è Generale, si capisce, la si canta con lui, cosa si può volere di più? Forse stanco dei due passi che compie chitarra in braccio (sempre più di Eric Clapton che non ne fa uno manco se lo pigli a spallate), Francesco De Gregori si siede al pianoforte e infila tre perle che neppure un gioielliere di Tiffany: Bell'amore, Sempre per sempre e La storia siamo noi, ce le sentiamo ancora nelle orecchie, con quei tasti a marcare melodia e ritmo e, ma solo per arricchire, quattro note di chitarra, due di violino e forse cinque di fisarmonica. Poi arriva il rock and roll, quello classico, quasi un rock'a'billy e ci perdiamo un po' sia nei testi che negli arrangiamenti, distonici rispetto alla personalità del cantautore romano e lontani mille miglia dai suoi marchi musicali. Poi c'è Santa Lucia, che De Gregori esegue sempre al pianoforte e che sapete come conclude? Con il “dalliano” fischio d'inizio di Com'è profondo il mare, un omaggio al compagno di un fantasmagorico Banana Republic Tour. C'è tempo per i bis. Ne arrivano tre. Parte Rimmel e segue Buonanotte fiorellino in doppia versione. La prima, quella classica, il 3/4 del valzer lento che ancora ci fa sognare un po'. Poi, “per svegliarvi”, dice De Gregori, sempre Buonanotte fiorellino ma a one step, forse per far vedere che lui conosce qualsiasi tipo di musica e tutti i tempi e ritmi possibili. Volendo andare a cercare il pelo nell'uovo (anche perché siamo convinti che i capelli, passando Sulla strada in testa, non ci ricresceranno mai), potremmo dire che gli attacchi delle canzoni sono stati tutti degni, con la linea melodica marcata, anche se l'arrangiamento è diverso. Ma se arriva Generale che fai, finta di nulla? Sui finali delle canzoni i pareri divergono, c'è chi li ritiene in linea con il carattere di De Gregori, tendente a sfumare, chi li avrebbe preferiti più da concerto live, con lo stacco simultaneo di tutti i musicisti che scatena l'applauso. Ma queste, davvero, sono sottigliezze. Due ore piene di concerto, una professionalità da sottolineare, una scena essenziale in cui gli effetti di luce erano l'unico ammiccamento a uno spettacolo che ormai non sconvolge più nessuno, e tanta musica da godere, da cantare, da ripensare, da capire. Perché in De Gregori, al contrario delle parole di una sua canzone, c'è da parecchio da capire .

Massimo Consorti

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