14/05/13

A Grottammare Alta, un museo per il Tarpato. L'arte vissuta oltre il disagio. Abbiamo visitato la mostra


Lo conoscevo. Ero entrata più volte nel luogo dove vivevano i suoi quadri e lui, silenzioso, vivente il dolore visibile della sua esistenza, si ritirava come per nascondersi a qualsiasi possibile mondanità: una bottega da autodidatta in Piazza Peretti a Grottammare Alta, il borgo scosceso che abitava la sua pittura, nella realtà come nel sogno. Giacomo Pomili il suo nome. Il Tarpato, la firma della sua arte che evocava un disagio lungo anni, la fatica di sciogliersi alla vita, di tradursi per il mondo. Silenzioso, guardava i visitatori della sua “bottega” dietro una specie di sorriso restìo. I quadri erano allora disposti confusamente, ma non si faceva fatica a coglierne un’inusitata bellezza, singolare e forestiera, per niente dilettantesca. 

Domenica ho visitato il museo che la sua città gli ha dedicato a sedici anni dalla morte. Un luogo pieno di suggestione che era stato l’antico forno del borgo, a un passo dal Teatro dell’Arancio, dunque nel cuore del vecchio incasato e prospiciente la sua” storica” bottega, ora irriconoscibile in un festoso e turistico baretto.
Nel luogo nuovo, i quadri sono la festa del pubblico accorso all’inaugurazione. Cosa ne avrà pensato il Tarpato che in età avanzata non voleva neanche venderli, che non faceva mostre, che non ritirava premi?
E da quale piega della sua fantasia sgorgano le sue creature, che hanno in sé una festa non più segreta, i passi di un sogno durevole, che accompagna la visione di una Grottammare trasfigurata, percorsa da un vento di misteriosa allegria, in un fascino che avvince ai colori, alle forme di quest’arte di passione e magia?
E forse non solo allegria, ma stupore, per i piccoli uccelli in volo sopra cuspidi di chiese, vestiti di piume variegate, gli animali esotici nelle loro innocenti trafile, la prospettiva sghemba delle vie e della città immersa nel suo cielo, percorsa da strade che l’annodano come nastri salendo e scendendo fino al mare, o al trenino dove s’imbarca un viaggio per un nonsodove che ci trascina nel paese interiore di Giacomo, un uomo-fanciullo…
E ancora barchette, piccole vele dai colori mescolati con la sincerità e l’ingenuità della sua anima primitiva, capace di vedere insieme, nella neve e nella notte, gl’innumerevoli tetti di Grottammare che posa lungo la sua riviera, un mare che è anche ruscello azzurro, mentre la luna si tinge di rosso e i dorsi delle colline si lasciano arrampicare dalle case, crepitano nei tetti rossi o blu, fervono in una convivenza a cui il cuore le ha unite, occhieggiano come dimore di una comune infanzia.
Vedere i quadri insieme è come un risveglio, un’immersione nell’arte del Novecento, perché vi ritroviamo inconsapevoli ( o forse no) rimandi a Dufy e a Chagall, perfino a Picasso, e il comporre del Tarpato ha un èsprit che non si può restringere in una definizione di naif per la sua arte, ma muove da un’intuizione che s’inoltra, una percezione onirica e insieme sapiente, come filtrata da una segreta fiducia in chi guarda e può ancora rallegrarsi per il colore, l’ altrove di questi dipinti sospesi fra il cielo e la terra come aquiloni.
E adesso mi rendo conto che il silenzio di Giacomo era il suo abitare questa città sconosciuta, conoscere il canto di una terra di colori dove nessuno poteva entrare, perché non avrebbe capito…
Questo mite universo è ora un bene di tutti, una strada segreta per cui attraversare il sogno di un uomo diverso dagli altri, un custode di umanità, il sorriso e lo sgomento delle sue figure femminili, del suo autoritratto, giocoso ma anche austero, il profilo bianco del suo inseparabile Lupo, il cane che aveva trovato randagio ed è diventato una sigla pittorica. Sorriso e sgomento di fronte a una pittura “seria”, che auspichiamo raggiunta presto dagli addetti ai lavori per essere inserita a buon diritto nel panorama della nostra arte del Novecento.

Enrica Loggi

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