domenica 21 settembre 2014

Alessandro Baricco al FestivalFilosofia. All’ombra di Omero: “La fama di Achille”

Come dormire
all’ombra tormentata
d’un vecchio sul confine della morte,
o con le lacrime d’Achille
nell’anima?…
(Eugénio De Andrade, All’ombra di Omero)

Baricco è Baricco, riempie oltremisura le piazze dei Festival: lo sai e lo eviti, ma come resistere all’ombra del pelìde Achille, all’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei? Troppo ci occupò l’immaginario fin dal liceo, e pazienza se Hollywood gli ha dato il bicipite anabolizzato e il ceruleo broncio bradpittico in Troy, il kolossal più fumettoso e letale dai tempi di Ben Hur.
Così ci adeguiamo e risolta vittoriosamente la caccia alla sedia, guardiamo un po’ sadici Piazza Grande riempirsi di folla in piedi finchè non resta più un sampietrino vuoto. [Nelle vie adiacenti schiamazzerà per tutto il tempo il fastidiosissimo popolo della notte, e le pretenziose divise guerrestellari-style della Protezione Civile si guarderanno bene dallo schiodarsi dalla mattonella per far finta essere utili]. Affabulatore nato, Baricco renderebbe avvincenti le Pagine Gialle. Stasera però vince facile: perchè dopo 2.800 anni è intatta la potenza seduttiva di Achille, animale ingovernabile e sfuggente, figlio d’uomo e di dea, canaglia come pochi, invincibile adolescente in un mondo di eroi adulti, che il divino mammismo di Teti - eh sì, mica solo noi umane - traveste da donna per sottrarlo alla guerra.
L’Iliade - esordisce Baricco - contiene in embrione sistemi narrativi continuamente replicati nel tempo, nella scrittura come nel cinema (narrazioni di guerre, duelli, gangster, killer), così come Achille si rispecchia in creazioni letterarie rese immortali dalla loro universalità. Tre sono gli insospettabili che oggi Baricco tira fuori dal cilindro: Don Giovanni, Dracula, Moby Dick. Simili ad Achille nel magnetismo che attrae e che gli altri percepiscono come terrificante, hanno in comune con l’eroe l’anomalia che li fa diversi da tutti; figure anch’esse tra l’umano e il divino, compaiono e si nascondono, s’impongono per sottrazione (Don Giovanni si nasconde nelle sue maschere, non a caso è in origine “El Burlador de Sevilla”; Dracula è il non-morto che “vive” nell’oscurità notturna; Moby Dick è eterna attesa e inseguimento, “Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu, che insensato cerchi lei!). Achille non combatte per buona parte della guerra, Don Giovanni non vive gli amori che narra anzi fallisce in essi: eppure è intorno a loro che tutto si aggrega e tutto prende significato, in loro c’è il presentimento e la radice della rovina, e il terrore che incutono attrae gli altri come la luce la falena. E’ nell’incontro con la morte che si precisano il destino e il senso del Burlador, e del non-morto, e della creatura quasi mitologica che è Moby Dick: l’idea narrativa delle loro storie è già tutta e prima nell’Iliade e nella figura centrale del suo eroe. La morte accompagna Achille [“… sarà l’alba, o la sera, o il meriggio / quando qualcuno anche a me toglierà la vita con Ares…”]: gli è predetta dalla madre, poi da Ettore morente, annunciata in sogno dall’ombra di Patroclo, vaticinata dal suo stesso cavallo. La sua ira è l’evento cardine del poema e - sottolinea Baricco - fa sì che esso sia solo apparentemente storia di una guerra e sia in realtà “Achilleide”. Achille è sintesi dell’eroe cui la morte e la gloria conseguita in battaglia conferiscono memoria imperitura. Combattere e morire restando nella gloria o vivere scegliendo l’oscurità, è l’alternativa che la madre Teti prospetta al figlio, ed egli non può che scegliere la gloria e con essa la morte eroica (mai potrebbe, come Ulisse, conquistare Troia con l’inganno e l’astuzia): solo nella memoria di sé è il senso all’esistenza. Una civiltà elementare è quella rispecchiata dall’Iliade così come dall’Odissea, ma i valori trasmessi dai poemi omerici saranno modelli ancora nei secoli della classicità, nel V e nel IV secolo: i due poemi sono infatti per i Greci cataloghi enciclopedici, stratificazioni di saperi tramandati attraverso l’apparenza poetica; componente essenziale ne è l’idea di gloria, in cui il ceto dominante di una società maschia e guerriera trova splendore, fama, bellezza. In questa capacità di tramandare ciò che essi erano, ed anche ciò che temevano e ciò in cui non si piacevano, perfino l’orrore di se stessi, è la grande peculiarità dei Greci. Se infatti l’Iliade può leggersi come un grande monumento alla guerra sola fonte di eroismo e di gloria, non si può non vedervi una zona grigia nella quale perfino l’eroe la teme, la ritarda, la rallenta; qualcuno arriva anche a dirlo, che la guerra è un disastro, che sarebbe bello vivere in pace. Ma la pace appartiene all’altra metà del mondo, quella femminile: è Andromaca che - inascoltata - dice allo sposo Ettore che un’altra possibilità c’è, oltre la guerra e la morte. Achille è anche lui attratto dalla pace, ma tutto intorno a lui è al servizio della morte: la sua collera vendicativa divora l’intera storia, la sua è cieca furia, crudeltà inaudita che arrossa le acque dello Scamandro del sangue dei troiani fin lì inseguiti e uccisi, e a cui lo stesso fiume-dio si ribella cercando di annegarlo (la più ingloriosa delle morti, per gli antichi, quella nell’acqua, ma il destino di Achille non è ancora compiuto). Lo stesso Apollo lo vede come un animale selvaggio che rifiuta la facoltà della rassegnazione che le Moire, dee del destino, hanno dato all’uomo: e perfino lui, il più inavvicinabile degli dei, il più terrificante nella collera distruttiva, prova pietà per il cadavere di Ettore legato per i malleoli forati al carro di Achille furens e trascinato per giorni intono al feretro di Patroclo. La svolta di Achille che allo straziato supplice Priamo restituisce il corpo del figlio dopo la crudeltà smisurata, contiene già tuttavia una nuova coscienza “specificamente umana” che si contrappone all’aderenza sanguinaria e spietata a costumi primitivi: nella pacificazione dell’ira e nell’accordo fra Achille e Priamo è il riequilibrio del turbato ordine del mondo. E’ con la lettura di questo finale – dal suo controverso “Omero, Iliade” - che Baricco si congeda. Il millenario viaggio di un’ora nella civiltà omerica ci ha restituito intatta la lezione di un poema complesso quanti altri mai, “la più grande narrazione di tutti i tempi” nata nello spartiacque fra mondo arcaico ed età greca vera e propria: la guerra che vi agisce è contrapposizione di Oriente e Occidente, lotta di mondi, evento universale che – scrive Goethe - “racchiude l’interesse di popoli, di continenti, della terra e del cielo”.


Sara di Giuseppe

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