venerdì 5 settembre 2014

Popsophia. Spettacolo di tango e mimo: “Organito del suburbio”

#Oppureridi: l’aforisma di Morreall divenuto hashtag calza a pennello a questa serata in cui un tango che non ti aspetti unisce l’umorismo, la maschera, la parodia, alla seduzione antica di una danza che non è solo “pensiero triste che si balla”, ma è anche divertimento, allegria, libertà.
L’apertura è gradevolmente “seria”, con Lucrezia Ercoli che nel consueto stile misurato e competente intervista Massimo Donà filosofo (ma anche musicista ma anche jazzista) intorno al tango.
Dal filosofo/musicista apprendiamo le origini certe e le etimologie presunte, i ricorrenti rimandi all’Africa, le ibridazioni culturali etniche sociali, tutto ciò che nel tempo ha fatto, di questa forma artistica, condizione emozionale e modo di vivere, esercizio di concentrazione, filosofia ed eros, “malattia” per alcuni, e soprattutto caleidoscopica figura mai uguale a se stessa.
Pensiamo ora d’esser sufficientemente preparati, noi profani e grazie a Donà, allo spettacolo che seguirà: solo fino a quando gli strepitosi Los Guardiola, Marcelo & Giorgia, eccellenze del tango internazionale ma anche attori e mimi e clowns, non ci scaraventano dentro il TangoTeatro, dimensione specialissima di tango che racconta se stesso e narra storie sapientemente integrando musica, danza, mimo.
In armonia con quell’Oppureridi che condensa il senso del Festival, la loro creazione più recente “Tango Querido!è forma umoristica, dissacrante, perfino parodistica che riplasma la materia viva del tango sposando la maestria dei danzatori al rigore del mimo.La voce recitante di Chiara Pietroni crea il raccordo di volta in volta poetico, filosofico, di costume, tra le narrazioni tanguere.
Sono “microstorie ispirate a testi di tanghi famosi” degli anni Venti, Trenta e Quaranta, immortalate da musicisti e da grandi voci dell’epoca. Un’umanità variegata vi si anima, fantasmi del passato e macchiette del presente: il suonatore itinerante (figura oggi scomparsa, primo diffusore del tango nel suburbio di Buenos Aires) con la bambola meccanica e l’organito che implacabile porta quella musica allora “proibita e indecente” alle orecchie dei benpensanti che non vorrebbero sentire; il pícaro rapace che come uccello notturno plana sul candore indifeso della migrante italiana fresca di sbarco; i
milongueros frequentatori delle milonghe per “solos y solas” in cerca d’incontro, dove l’uomo rivolge a “la mujer un gesto con la cabeza” quando individua colei che fa al caso suo; il bailarín de tango migrante nella Parigi degli anni ’20, alla prese con una diversa filosofia del tango e quindi della vita; la crudele condanna tanguera (oggi semplicemente… femminicidio) della donna fedifraga che cade sotto il coltello del partner tradito.
Altre storie ancora s’intrecciano, negli 80 minuti di spettacolo che due interpreti superlativi fanno apparire brevissimi. “Due attori con la precisione dei mimi, la grazia e il portamento dei ballerini e l’extraquotidianità dei burattini”: ambedue disegnano la scena con essenzialità geometrica, poiché ogni passo è nella danza ciò che la parola è nella poesia, illuminazione che svela e ridefinisce il reale, quello esteriore come quello più intimo. Marcelo “indossa” un volto di impareggiabile espressività, e nella sapienza dei movimenti anche l’infinitesimo dettaglio ha un colore e un linguaggio (la mano che poggia sulla schiena della partner come sfiorasse la meraviglia antica di un vaso etrusco…); Giorgia è ardente farfalla su una scena in bianco e nero che nella plasticità del suo tango anima - ora crudele ora con grazia seducente e ironica - la parte femminile dell’eterna e sempre nuova commedia umana.

Sara Di Giuseppe


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