venerdì 7 marzo 2014

“Where do you start”. Brad Mehldau Trio al Teatro dell'Aquila di Fermo

Sono arie. Lo “start” è come per caso, dalle parti della quarta ottava. Un suono alla volta. Piano. Una nota chiama l’altra, un cenno, l’altra risponde. E si forma un’aria leggera, chiara, un linguaggio musicale di poche vibrazioni e sussulti, essenziale. Le corde dello Steinway come destate e subito tranquillizzate. Niente legature e note lunghe. Neppure stacchi. Niente scena. Energia che si trasforma in semplici ma inconsuete melodie “articolate”, senza effetti collaterali. Basta la mano destra a mezzo servizio, a Brad, raro che la carichi di potenza.

La sinistra invece pare di un Mehldau fratello siamese, se ne sta nel suo territorio libera per conto suo, indipendente, componendo altre melodie, con tempi e controtempi pure strani, 5/4, 7/4… Arie in swing e blues. Rallentati, ma senza trucco. Potrei dire intimi, riservati. Sincopati pensosi ma limpidi, che ti tengono sulla corda. Sambe senza carnevali, alla Jobim. Lenti proprio lenti. Dissonanze inimmaginabili che si inseguono, che dire jazz è poco. Musica da impressionisti. Quadri che suonano, o suoni di quadri. Aleggiano nel teatro anche tracce di classica. Larry Grenadier e Jeff Ballard completano il perfetto trio. Il contrabbasso, suonato come uno Steinway in verticale, sostituisce un’intera orchestra; la batteria, coi rullanti gemelli, le spazzole rosse che sembrano pennelli, o a mani nude, sofficemente, pare ne sostituisca una seconda. Armonie, accordi, contrappunti, decine di arie che si sovrappongono e scivolano a strati, intensi ma senza stress, quasi in silenzio.
Arie: non si sa come comincino, dove vadano, come si fondano. Sembra di attraversare nuvole di Jarrett, di Bill Evans, di Petrucciani, di Ray Charles, di Lelio Luttazzi… In Holland il rullante (di destra) tambureggia da lontano come in una battaglia napoleonica, ma t’immagini paesaggi di lavanda di Provenza, non eserciti. In Baby Plays Around il tempo si ferma, senti accordi di silenzio, note rare (eppure stanno lì, mica erano nascoste), e poi guizzi quieti, eleganti, in sospensione, come di danza. Non mancano momenti di vigore, corde d’acciaio che s’arroventano, legni di Val di Fiemme che pulsano, supersonici raggi di sguardi incrociati, ma è sempre tutto composto, equilibrato. Invenzioni calcolate. Decibel sotto controllo. Il piano (senza pedale) dalla timbrica di Gibson-Lucille di B.B.King, il contrabbasso funambolico come un ginnasta russo, la batteria dolcemente implacabile come una clessidra ma senza la monotonia.Le arie si incrociano, si perdono, si ritrovano, si mescolano, diventano una e poi di nuovo dieci. Ma non è un cocktail liquido, ogni nota puoi seguirla come una farfalla senza perderla, anzi puoi sfiorarla e quasi giocarci per conto tuo.
Stipati nella grande platea e nei 5 ordini di palchi, le nostre 1500 orecchie e più hanno goduto per un’ora e mezzo tese, dritte, allungate come quelle dei bassotti; i nostri 1500 occhi e più han tenuto sempre lo zoom; poi colli allungati, muscoli tesi, respiri controllati, bocche chiuse, in astrazione cosmica, quasi ipnosi. Sorridendo, anche a noi è balenata l’idea di fare stretching o yoga imitando quel Brad serissimo, un paio di volte in equilibrio a gambe incrociate sullo sgabello come un fachiro, jeans granata e scarp de tennis rosse, quando ha lasciato un po’ le sue due “orchestre” far da sole…
Abbiamo invece senza riposarci gustosamente trangugiato il resto del concerto come un dolce non proibito, che non ingrassa e non dà il diabete. Certo, non lo trovi dappertutto. Ma Where Do You Start, su CD, può essere terapeutico quasi quanto lo stupefacente assolo di chiusura al Teatro dell’Aquila.
Sono arie. Arie salubri. Arie che fanno bene.


PGC

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