mercoledì 19 marzo 2014

Davide Formisano o il Flauto del Samurai. Il flautista e la Filarmonica Marchigiana al Teatro dell'Aquila di Fermo

E’ fatale: nell’Era Mercatozoica o del Consumo totale, Mercato batte Musica uno a zero. Si spiega forse così, con la concomitante presenza in città della fiera Tipicità (“Spettacolo del gusto”, sic), un Teatro dell’Aquila insolitamente poco affollato per questo pomeridiano appuntamento filarmonico, di eccellenza come gli altri della Stagione Sinfonica. Sarà per l’elegante redingote scura e per il flauto tenuto quasi religiosamente in verticale davanti a sé nelle pause, che Davide Formisano sul palco fa pensare a un samurai dall’inseparabile katana impugnata con la lama verso l’alto.
Quella del “nostro” samurai è un flauto 24K All Gold della prestigiosa casa giapponese Muramatsu Flute: non taglia in due l’avversario con un sol colpo, ma qualcosa di nipponico c’è nel rigore e nella grazia dell’artista in simbiosi col suo strumento, nel tocco virtuoso che del Concerto mozartiano n.1 in Sol magg., K 313 sapientemente esalta, inondandocene, l’infinita armonia. Se è vera - a dar credito ai biografi - l’avversione di Mozart per il flauto, benediciamo ogni idiosincrasia che produca gioielli di tale raffinata bellezza, come questa che nell’intenzione del committente De Jean doveva essere musica di puro intrattenimento (la detestata “musica per contesse”). Felice il raccordo operato nel programma di sala con il petrarchesco Chiare, fresche e dolci acque: il verso sembra davvero “racchiudere la sostanza poetica” del concerto, il cui cristallino fluire evoca quelle acque che furono per il poeta specchio e cornice al luminoso eppur dolente ricordo di Laura. E svolazza agile il flauto, e quasi scherzoso nell’iniziale Allegro maestoso divaga dal tema centrale per tornare al dialogo con l’orchestra, limpido come acqua ruscellante tra i sassi, mentre l’idillio trascolora nell’elegia dell’Adagio ma non troppo del secondo movimento. Qui l’orchestra tesse un ordito di coinvolgente espressività su cui si adagia la malinconia degli archi in sordina, e l’eco degli ottoni suscita un che di incantato (par quasi di sentire il poeta domandare a se stesso “Qui come venn’io, o quando?”). Nel Rondò conclusivo, in Tempo di Minuetto, il flauto ritrova la zampillante leggerezza e il suo brio ha la “freschezza di un Ländler, una di quelle danze paesane che anche Mozart usava comporre in occasione di feste e balli all’aperto”*. Salutiamo Mozart, e quando applauditissimi tornano sul palco Formisano e il suo magico flauto, è passione sanguigna e urgente: il De Sarasate della Carmen Fantaisie, op. 25, che da Bizet estrae ogni virtuosismo possibile, è offerto da Formisano nella propria intrigante rielaborazione per flauto e archi. Vorticosa intensità, leggerezza e malìa che ci scagliano a forza, non c’è resistenza che valga, dentro un mondo percepito nell’elementare polarità di tragico e dionisiaco: fantasia, struggimento, passione, che trascorrono dalle evoluzioni flautistiche alla corposa incisività dell’orchestra. Alla fine è bis, irrinunciabile cascasse il mondo: Formisano non si sottrae, e il gioiello è un assolo da Debussy, impreziosito e più moderno che mai nello smorzatissimo finale. Ci congediamo dal lombardo samurai, e della…perdita ci risarcisce una seconda parte non meno accattivante, dominata da un diciannovenne Schubert in piena “possessione” da Mozart. E’ un preciso modello quello che il giovane genio ha in mente, la Sinfonia n.40, K 550, ma al salisburghese egli soprattutto guarda “per imparare a guardare dentro se stesso e dimenticare l’inquietante Beethoven”** [O Mozart, immortale Mozart - scriveva nel 1816 nel suo diario - quante infinite benevole impronte di una vita migliore, più luminosa, hai stampato nella nostra anima!]. L’orchestra restituisce con vigorosa sicura tecnica, l’emozione di una Sinfonia che sulla lezione mozartiana saldata all’ammirazione per lo stile classico innesta gli elementi stilistici intimamente propri della ispirazione schubertiana; quelli che diverranno i suoi “veri tratti idiomatici” quando, attraversati Mozart e lo stile supremo dei classici, “sarebbe stato, tragicamente, solo: Schubert”**. Così, con la melodia che procede nella sua grazia leggera verso il culmine del conclusivo Allegro vivace, il pensiero va a quel cimitero viennese di Waring dove il musicista poco conosciuto in vita riposa, quasi in simbolico contrappasso, vicino al titanico Beethoven.




Sara Di Giuseppe

* Grasshopper, 2006

** S.Sablich, 1984

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