sabato 22 marzo 2014

“ADDIS ABEBA CALLING”. SOUPSTAR Guidi-Petrella. Limonaia di Villa Baruchello Porto Sant’Elpidio

Sulla carta, sembrerebbe uno strambo duo jazz, improbabile e improponibile, piano-trombone. Pensa subito, un tapino, a un’influenza del batterista, a un contrattempo del bassista e del chitarrista, il treno che a Porto Sant’Elpidio non ferma (facile!), l’aereo dirottato in Malesia, o in Etiopia… Magari sopra c’era il sassofonista. Invece piano-trombone altro che, se si può fare. A patto di saper suonare molto diversamente da quando si è in 4 o 5, e di essere bravi. Poi, la limonaia aiuta: questo posto intrigante e profumato (ah, abitarci!…) produce sempre ottimi concerti.
L’inizio è un tuono di Do basso (mi pare), col seguito di un impressionante tappeto di arpeggi che manda subito in temperatura il (non eccelso) Kaway a non lunghissima coda. Il trombone entra dopo, al ralenti, quasi con indolenza. Invece pensa. E quello che suona è talmente affettuoso da sembrare una serenata. Non posso farci niente, se immagino un faticato e scuro porto di Francia, e un grosso uccello migratore, forse un albatro dalle sopracciglia nere, che volando a basse spirali manda versi strani ma aggraziati, penetranti, d’incandescente amarezza. Note alate, di una periferia del Jazz.
Anche nel secondo pezzo, atmosfere liquide, come di porto di Bretagna: barche… battelli… vele… maree… vento… e uccelli, guerrieri o pacifici, abili aviatori. Sul palco che scricchiola come una tolda, ma a tempo, i musicisti - un tutt’uno col soffitto e pavimento - raccontano il paesaggio. Gorgoglii d’acqua: “navigando” pericolosamente sullo sgabello, Guidi fa cascate di note che a tratti diventano rumbe (sempre senza carnevale). E Petrella è un faro. Non convenzionale. Luccicante. Quando dalla scorticata custodia spunta la sordina blu, tutto diventa ancora più intimo, spirituale. Cambiando lingua, il trombone diventa tromba: parla in blues. E che blues. Mentre su quell’altra tastiera col guscio di plastica, DAN DAN DAN, tre note tre, discendenti, come campane, poi tre accordi tre, e poi un quarto, pensoso, di settima; quindi daccapo, più volte. Ossessivo. Marziale. Senti il caldo, il silenzio, la solitudine, fiori di cotone che sventolano ovattati. Dialogo lento, intenso, misterioso, accecante. Spazi piatti, senza orizzonte: “Settimo Blues”, un incanto. Beh, ci sanno fare questi due, sanno dove vogliono arrivare (…)
Il quadro cambia ancora. Accompagnato da un’orchestra di tasti, pare che trombone-Petrella si schiarisca la voce. Senti il respiro di un vulcano. Niente ritmo battente, ma suoni lunghi, come serpenti. Si viaggia altrove, in quota, tra misteri e leggende d’Africa Orientale, poco turistici. Immagino un jet che atterra “in salita” sul marrone-rossiccio dell’altopiano, tra milioni di case, all’alba… Ah, inconcepibile per un tapino recarsi nella remota Addis Abeba. Anche se questa “chiama”. A 3.000 metri ci mancherebbe il fiato, e poi lassù niente limoni, limonaie… Fortuna che il canto jazz di Addis Abeba si possa “vedere” da qui, col binocolo marca SOUPSTAR.

PGC



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