mercoledì 5 marzo 2014

50 anni fa, "Deserto rosso". UT Magazine ricorda il film di Michelangelo Antonioni

Se il grigio - il tono che ottunde – si fa la sfumatura greve cromatica che si eleva a campitura uniforme e sfondo, emergono intarsi di colore – di verde, di glicine, di rosso – che accendono gli accessori, i dettagli, i ritagli ed – a margine - i risvegli degli oggetti, le resurrezioni a piccoli accenti. Simbolicamente,
trasfigurazioni accadono: allora, il colore è sentimento, laddove - per antitesi - il grigio è il torpore, la sordità, la muta cecità, semplicemente e meramente null’altro – lo possiamo dire – che
incomunicabilità, quella stessa chiusura dell’io contro l’io, indifferente ma, più che altro se si vuole, incapace di empatia, di trasferimento dell’io nel tu, quello che si potrebbe definire l’ascolto aperto dell’uomo con l’uomo, essere per essere. L’altro resta l’altro, atomo dell’atomo, irreversibile entità confinata alla sua bocca, ai suoi sensi, alle sue orecchie, dove l’universo resta escluso, al di fuori, presente alla vista ma assente agli occhi del profondo sé. Il colore, viceversa, il tentativo di comunicabilità, l’evasione dall’atonalità, il reclamo
contro l’apatia, il colpo tentato e inferto al fumo nebbioso del non detto, del non capito, delle distanze nebulose e lontananze siderali, constatate pur abitando lo spazio più prossimo e condiviso - quasi - del sé. Così, il rosso è per il rosso il colore della rinascita, così come il verde, il lilla e le vivide tonalità tutte, per intero: l’urlo munchiano che ritorna, sommesso e anestetizzato, patologicamente represso e visibile solamente nel richiamo di un cappotto, di una siepe di fiori, di una capigliatura a casco dove quel rosso ritorna a farsi più vivo nell’identità della donna. Il gioco delle parti è ostinato: dal marito all’amante, per rigirarsi al marito, per tornare a guardare all’altro, alla scelta del tradimento, tuttavia un doppio colpo letale, poiché comprendersi ormai non è cosa semplice. Persino il figlio che si sveglia e non cammina sembra metaforicamente una presa di coscienza di un’infermità affettiva, di una paralisi emotiva, di un’affezione all’andare avanti, al protendersi, all’avverarsi della vita, del domani e delle cose. Senza prospettiva, non si riesce, non si può camminare, al massimo si può sfilare come fanno le navi, le grosse e ingombranti navi del porto, lasciare una scia, occupare la vista, lo spazio, la scena, senza avere passi, però, avanzamenti reali, ma come in una parata desertica, strisciare sull’acqua, ossequiare il fluido divenire di un destino costante e previsto. Così, la speranza della protagonista, che insegue i prati e le distese e resta fuori dalle recinzioni, dalla fabbrica, dall’immane impianto di acciaio e cemento che espelle – a ciclo continuo - fumo grigio, soltanto grigio, sempre ed egualmente grigio, ascendente verso il cielo anche quello identicamente grigio, basso e pesante, una coltre indifferente sotto cui la madre e il bambino calpestano la terra, andanti eppure fermi, esclusi eppure viventi.
Il deserto c’è, esiste, ed è rosso: il rosso che non si vede neppure, quello contenuto nel particolare, l’ultimo a scemare, a mostrare una resistenza sentimentale, una rinascita da recuperare, una resurrezione da sperare. Per chi se lo vuole, nonostante il deserto sembri totale, infine e coraggiosamente (maternamente in via del tutto rassicurante) ancora comunque augurare. Augurare come l’icona persistente – la madre ed il bambino – binomio inossidabile, legame indissolubile, raffigurazione natale che permane e dura, al di là di tutto, anche nel deserto. Di cupi fumi e duri silenzi muti.


Margherita Lollini

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