venerdì 28 marzo 2014

Francesco De Gregori a Verona. Il Principe dylaniato sempre e per sempre

Copriva tre strade la marea di gente in fila per due ore. Mille persone al Teatro Nuovo a Verona questa sera c'era il Principe, alias Francesco De Gregori.

In versione parlata dal vivo non l'avevo mai visto. Il suo unico concerto per me fu il 1987 al Palasport di Verona, appena sghiacciato, ma mi assicuro ancor oggi, che le lacrime che versai quella volta per Pablo erano calde di singhiozzi struggenti. Oggi non l'ho detto a nessuno che c'era (!) Volevo gustarmelo in solitaria. E l'ho raggiunto in quinta fila. Un colpo di c. casuale, mi ha messo lì una signorina. Più facile essere sistemati da soli... 
E lui arriva in abito grigio scuro e maglia girocollo. Ed è alto, proprio come piacciono a me gli uomini, magro con quella lievissima pancetta che tradisce i suoi sessantatrè. E quel cappello nero a tesa unica, elegante, come solo lui sa essere. Se lo toglie e si inchina e mostra la sua calvizie quasi totale, tolti i riccioli di ricordi lontani sulla nuca. E la barba bianca. E gli occhiali fume' che fanno di lui quel mistero non svelato che serba per sé. Magico. Si siede e diviene loquace, e si pensa ad alta voce nel percorso immaginifico del suo vivere. Aveva un mito, Fabrizio De Andrè, e diviene mito per il Vasco. Non lo sapevo. Una magica stagione musicale, lunga un numero sbalorditivo di anni, che abbiamo vissuto sulla nostra pelle, che finalmente svela. Il significato dei suoi testi diviene spiegazione. L'ha fatto raramente. Ci spiega che ha scritto la canzone su Pasolini, perché lo leggeva sul Corriere e gli piaceva come poeta e come giornalista, ma non come scrittore. I suoi libri non li ha capiti. Lui non sa perché scrive così, e questo è amore. Naviga nella vita e prende a pretesto i quadri di Franklin, piuttosto che Faulkner per ispirarsi. L'America di Dylan, e si considera un dylaniato. E dice di sé che il suo miglior disco, anche musicalmente più simile alla perfezione, è "Rimmel", anche se al suo pubblico piace "Titanic". E poi parla dei suoi amici di strada: Lucio Dalla, che invitò caldamente a scriversi le proprie canzoni, e lui lo ascoltò, con il quale si divertì davvero nel loro concerto Banana Republic, riproposto per ben due volte a distanza di quasi trent'anni, con lo stesso riscontro positivo di successo tributatogli dal pubblico, l'ultimo nel 2010. E poi Fabrizio De Andrè con il quale fece il Concerto VIII. Un amico con il quale condivise due settimane in Gallura, e riuscirono a scrivere anche se solo per due ore al giorno insieme, dato che avevano orari opposti, ma si lasciavano i testi sul tavolo e riuscirono a capirsi.
Nessuno dei due intervistatori, ha osato chiedergli qualcosa di privato, e lui invece ci dice che il padre bibliotecario e la mamma insegnante di lettere gli hanno fatto capire cosa sia l'importanza della lettura. Dei suoi amori non parla, ma osservandolo si capisce che ne ha provati di sentimenti d'amore...
Alla fine dà un consiglio a chi vuole fare il suo mestiere, quello del musicista. Accettare qualsiasi offerta che sia la birreria o un luogo frequentato da trenta persone. Mettersi davanti a un pubblico è indispensabile. Lui da giovane capì che non piacevano le sue canzoni ironiche e dopo tre, smise.
Abbiamo ascoltato le sue canzoni, qualcuna. Non faccio testo, amo sia Sempre per sempre che La donna cannone, che Titanic e anche Viva l'Italia del nostro essere bifronti, ma tutti interi. E quell'Italia tutta intera, gli ha procurato tali e tanti problemi... L'hanno tacciato di fascismo e di ben altro, da sinistra, non l'ha fatto apposta, gli piace così senza secondi o terzi fini, che lascia volentieri agli altri. In fondo e' stato lui, prima di Toto Cutugno a scrivere la prima canzone dedicata all'Italia. Un primato. Successe perché aveva parlato con sua madre. Le aveva chiesto che cosa aveva provato il primo giorno di guerra. Paura nel privato, perché all'esterno tutti pensavano che fosse giusto cosi.
Seduto in poltrona, verde, sul palco, Francesco questa sera aveva lo schermo proprio sopra la testa e non si autovedeva. Ho ascoltato guardandolo con la luce lieve che proiettava lo schermo. Chissà cosa pensava in penombra, bello, elegante, semplice, vero, il Principe. Qualche cosa ce l'ha detta scucita, ad esempio che si piace più oggi, inteso vocalmente. Che non ha nostalgia dei suoi capelli ora che li ha persi. Che la sua fortuna è che talvolta non si piace per come si presenta in alcune versioni interpretative, e che quando prova questa sensazione, sa che può ricantarsi diversamente alla prossima occasione.
Due ore passate in un istante. L'ironico interprete che ama il folk, la canzone popolare, la musica da camera con la quale e' cresciuto, sebbene con l'orecchio e il cuore all'America, ci ha confermato che la musica per lui rimane un mistero, come l'amore, poi si alza, ringrazia, mentre lo scroscio della migliore cascata di applausi gli si rovescia addosso, si toglie il cappello e se lo mette sul cuore. Grazie Principe. Ti amo sempre e per sempre Francesco.

Michaela Menestrina

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