sabato 9 marzo 2013

Il concerto di Irma Picari alle prese con l'irripetibilità jarrettiana.

Una premessa: di Keith Jarrett ce n'è uno, e la fregatura è che si può considerare irripetibile, non clonabile. Non siamo abituati, per natura e convinzione religiosa, a creare né eroi né miti, e non lo abbiamo fatto neppure con Keith Jarrett. La ragione? Lui mito c'è nato. Il nostro amico PiGi dice che Jarrett ha due cervelli, non due teste, proprio due cervelli in un'unica sca-tola cranica. Con il primo guida la mano sinistra, con il secondo la mano destra. Si sente. Ne siamo convinti da sempre, anche se non eravamo arrivati a una spiegazione di tale rilevanza scientifica. Un'altra premessa: Koln Concert è stata la colonna sonora di uno dei periodi più intensi della nostra vita, e la conseguenza è che ne conosciamo ogni nota, ogni sfumatura, ogni corda d'acciaio arroventata e il momento in cui si arroventa. Uno dice “sì, vabbè, ma che c'entra con il concerto di Irma Picari di questa sera?” C'entra. Spieghiamo il perché. Date le premesse, quell'uno di prima potrebbe credere che siamo andati al Teatro Concordia imbottiti di pre-idee, e invece no.
Ci siamo andati per sentire Koln Concert suonato da un pianista che non fosse l'irripetibile Keith. Nervoso, l'attacco di Irma Picari. E nervosa la pianista che non ha alle spalle sfibranti tournèe. Il nervosismo si percepisce tutto, considerato che ci si è messa pure la Rai che ha scelto come sottofondo musicale dell'8 marzo, proprio l'attacco del Concerto di Colonia.
La Picari, albanese da venti anni dalle nostre parti senza essere riuscita ad avere ancora la cittadinanza (una vergogna!), attacca male, le dita non scorrono. Picchia i tasti, non li suona. A questo punto qualche pre-idea inizia a venire fuori, però, dopo un minuto, ci accorgiamo che la musica è più fluida, le note scorrono una dopo l'altra seguendo esattamente lo sviluppo della melodia del Primo Movimento, le dita acquistano velocità. Sembra, insomma, che la pianista sia riuscita a trovare il perfetto equilibrio fra se stessa e la musica che sta suonando. La tecnica di Irma Picari è impeccabile. La velocità di cui dispone la sua mano destra le consente, a metà del Primo Movimento, di inserire anche una variazione, e la cosa ci piace. Ma sembra quasi che non riesca a controllare la sua “fisicità”, che deborda fino a togliere calore e colore all'esecuzione. Ma va, Koln Concert c'è tutta, e l'atmosfera che si è creata è quella giusta per arrivare al “largo sinfonico” che chiude il Primo Movimento. L'inizio è perfetto, le quattro note della mano sinistra (sempre quelle per tre minuti che devono sembrare eterni a qualsiasi pianista), cominciano il loro tambureggiante ed estenuante percorso, e vanno avanti in maniera assolutamente degna. Ma, lo sapremo poi, evidentemente l'influenza, e una settimana di non esercizio, ne hanno compromesso la tenuta. Le note iniziano a perdersi e Irma Picari sem-bra che le insegua dove, almeno per questa sera, le sarà impossibile rag-giungerle. La smorfia della musicista, che accompagna la fine dell'esecuzione del Primo Movimento, nonostante il caloroso applauso del pubblico, la dice lunga sul giudizio che la stessa esecutrice da della sua esibizione. Il secondo e terzo Movimento, invece, scorrono fluidi, anche se resta il non controllo della fisicità di cui sopra e la sensazione che la magia del Koln Concert, almeno un po', se ne sia andata. C'è ancora il tempo per tre “scherzi” che chiudono il concerto e per gli applausi a scena aperta che la signora Picari merita, soprattutto per il suo straordinario coraggio. Un giudizio finale non c'è e non potrebbe esserci. È necessario un altro ascolto. 

Massimo Consorti

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