domenica 18 marzo 2018

“A Eleonora Duse dalle belle mani”

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

 ELEONORA E GABRIELE

di e con 
Vincenzo Di Bonaventura

Ospitale delle Associazioni - Grottammare Paese Alto
13 marzo 2018  h21.15


        Nel Marzo che istituzioni associazioni circoli e bocciofile dedicano alla donna per facilmente tacitare le coscienze su “uno dei rapporti di potere che oggi più che in passato appare scopertamente la base di tutte le forme di dominio che la storia ha conosciuto” *, lasciamo che le mimose restino sugli alberi, che l’orecchio fugga dalla retorica finto progressista, dalla fanfara mediatica che - in un’indistinta caccia all’audience - bulimizza violenza di genere e celebrazioni rituali.

        E ascoltiamo invece il nostro attore-solista ridar vita stasera, fuori da ridondanti mitologie, a quella tragica Eleonora dal volto austero, “musa velata” sorprendente come le donne sanno essere. Perché è lei che giganteggia nel rapporto a due: “la più dotata”, come è in natura l’esemplare femminile di qualsiasi specie, umana e animale. 

       Le foto della diva dall’archivio del conte Primoli sono sullo sfondo, le musiche del compositore Fabio Capponi seguono la voce solista, che è Gabriele e si sdoppia in Eleonora: piccola magia tecnologica di un vocoder  Roland carico d’anni.

        “Se lo avessi amato come crede, avrei dovuto morire quando ci siamo lasciati, e invece sono sopravvissuta…” scrive la Duse all’amica Matilde Serao, a diciott’anni dalla fine del tormentato amore col vate e appena due anni prima di morire.

         È Eleonora a respingere la “sete di vita gioiosa” rivendicata da Gabriele - che della fedeltà ha un’idea tutta sua - come alibi ai propri tradimenti: lei, che si commuove “davanti alla fame di un animale o alla sforzo di una pianta per superare un muro triste” potrà forse colpevolizzarlo per questo bisogno? le chiede il poeta. Ma “quale amore potrai tu trovare, degno e profondo, che vive solo di gaudio?” è la risposta fulminante di lei.

       Che si siano amati è certo, nessuno resiste per anni a tormentarsi così se non si ama, anche se lei lo chiama il “poeta infernale” e per lui la conquista della “célèbre tragédienne” - così il parigino Figaro - è soprattutto indispensabile all’intesa artistica che punta a rivoluzionare il teatro tragico e a realizzare il sogno di una Bayreuth latina (come Wagner ha fatto con la sua cittadella dello spettacolo musicale).

        La penna inimitabile del poeta ha dunque bisogno della favola bella di Eleonora, la cui solennità tragica, - affrancatasi dal repertorio “boulevardier” - si affina man mano attraverso la pittura, così come attraverso musica, filosofia, psicologia. “Ella ha imparato la pieghevolezza molle e ricca del corpo dalle divinità di Tintoretto” scrive il vate. E le sue interpretazioni sono spesso una “divinazione”, capace di portare allo scoperto risvolti dei personaggi ignoti allo stesso autore.

          Per lei il poeta scrive la Città morta  - “Nell’Argolide sitibonda” - e poi La Gioconda (con la dedica “A Eleonora Duse dalle belle mani”) in un crescendo di dipendenza dalla sua musa che lo rende nomade al suo seguito o angosciato nella solitudine di Settignano (“Mi sembra che allungando la mano potrei afferrare qualcosa di te nello spazio e tirarti a traverso la distanza come un fanciullo tira la corda di un aquilone…”).

          I successi di Eleonora, cubitali su giornali di tutta Europa, l’allontanano dal poeta (L’altezza di ieri sera  - fui bella e perfetta - forse non la raggiungerò più, scrive all’amato). 

Ma la vita erratica ha il suo prezzo. “Parto, le poche ore di sosta son passate. Melanconia. Ieri è già oggi, Gabriele, e oggi sarà domani. […] Non chiudo più gli occhi, e la melanconia d’andare avanti è ormai una cosa immobile davanti a me”; nomade per tournée che - dice lei stessa - la rovesciano all’orlo della carta geografica, Eleonora trova conforto nelle lettere del poeta, date alle fiamme quasi tutte dopo la morte di lei: fantasmagorie, poemi sicuramente, gioielli che non leggeremo mai e forse “erano lì alcune fra le pagine più belle della nostra e di tutte le letterature” **       

        Eleonora ne trae linfa per interpretazioni ai limiti dell’umano, in una tensione emotiva da mattatrice in trance risvegliata solo dal boato degli applausi…” Più che uno spettacolo, si è svolta in scena una seduta spiritica” ***

       I trionfi la fanno irresistibile: strabilianti e remuneratissimi quelli berlinesi del Lessing Theater, escludono l’alleato, lo trasformano in controparte, rendono rivali i due amanti. 

Ecco allora “Il Fuoco”: Eleonora è impietosamente ritratta nella Foscarina, ombrosa figura di età sinodale (ma la Duse ha solo 41 anni!) contrapposta alla rivale, avvenente vergine “dai fianchi fecondi”, la Donatella che Stelio preferisce nel romanzo alla matura amante, opposizione che è anche allegoria di quella tra vecchio e nuovo teatro, vecchio e nuovo repertorio. Ne esce distrutta nella reputazione, la diva, ma è così generosa da scrivere che “un’opera d’arte vale più della sofferenza di una creatura umana”. D’Annunzio riparerà, e sarà lei nel più bel libro Laudi, creatura terrestre / che hai nome / Ermione.  

       “La figlia di Iorio” li dividerà per sempre, tragedia composta “con l’anima ansante”: Mila è personaggio a lei consacrato, ma sarà la giovane Irma Gramatica a interpretarlo.  

Hai donato La figlia di Iorio, l’ho donata io pure, per te, per la tua bella sorte, e che il core se ne vada a pezzetti non conta”: ha perdonato gli innumerevoli tradimenti amorosi, Eleonora, non può perdonare il tradimento artistico, il secondo dopo quello della Città morta “ che ha visto Sarah Bernhardt nel ruolo di Anna .

     “Mi fu tolta la mia ghirlanda dal capo”. E lo scontro diviene lacerazione definitiva: “ Non essendo necessità di me (…) desidero soltanto sparire”. Alla nuova amante di lui, Alessandra Di Rudinì, Eleonora scriverà per chiederle, e capire, se sia pronta ad amare Gabriele come l’ha amato lei: "Io so ciò che il mio amore valga e valse per lui, ditemi il vostro", perché “qualsiasi sia il volo de l’anima sua, ha diritto d’amore, ne è degno”. Ma al fedifrago aveva già scritto Da oggi (…) fa’ conto che io sia morta veramente per te (…).

       “Sono bella quando voglio” diceva di sè Eleonora (“La sua gola è ferma e morbida come quella di una ragazza, il profilo spiritualmente diafano…” scrive il NY Times nel 1902). Bella lo sarà ancora quando a 51 anni lascerà le scene. È sconfitta, ha trascinato il corpo malato di tubercolosi sui palcoscenici di mezza Europa, ma nell’uscita definitiva dalla comune in quel 21 aprile 1924 l’accompagnano le parole del poeta : “Nessuno saprà mai quanto fosse grande l’animo della Duse. Di tutte le donne che ho amato, ella solo ha sorretto la mia vita”.

       Due anni prima, incontrandola ancora una volta a Milano, “Quanto mi avete amato!”  le aveva gridato il vate inginocchiato - dicono - davanti a lei che, aiutandolo ad alzarsi: “Ma non potete immaginare quanto vi abbia dimenticato”. 

        Impareggiabile Eleonora dalle belle mani, cui una planetaria ola giunga da tutte noi donne, ovunque ella sia.


*    Lea Melandri, Contro l’8 Marzo”, in Internazionale, Marzo 2018
**   Franca Minnucci in “Come il mare io ti parlo”, Bompiani 2014
*** ibidem


In ricordo di Massimo Consorti. Amico. Direttore di UT, Rivista d’Arte e di Letteraturamagazine.org. 


Sara Di Giuseppe - 15 marzo 2018 


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