domenica 4 gennaio 2015

American Sniper. C'è guerra e guerra

C’è guerra e guerra. La prima guerra mondiale, trincea e filo spinato, ancora quasi un corpo a corpo, e poteva capitare di “vedere gli occhi di un uomo che muore”. La seconda, si sganciavano bombe dagli aerei, il nemico era un obiettivo strategico, ne facevi fuori anche migliaia per volta senza vederne uno.

Infine, le guerre d’ Oriente (Iraq, Afghanistan, Siria ecc.) , il nemico lo devi guardare da molto vicino, dal mirino telescopico del fucile, e continuare a guardarlo quando è steso a terra stecchito, per riferire con burocratica precisione al superiore all’altro capo del telefono tutti i dettagli dell’operazione.
 E questo anche se hai appena fatto a pezzi un bambino e, poco dopo, sua madre, prima che lancino una granata al tank americano in arrivo. Guerre di uomini, un tempo; guerre di uomini, donne e bambini, oggi.
Quello che fa la differenza, oltre a questo, è lo scenario, la cosiddetta quinta di fondo. Se per vedere Berlino sventrata dovemmo aspettare l’ Armata rossa e i caccia americani e inglesi, e Dresda e Coventry furono ben presto ricostruite pietra su pietra, di quelle megalopoli della Mesopotamia o del Caucaso, dei deserti di Siria, Palestina e Giordania, simili ad enormi discariche a cielo aperto, cosa sarà, chi potrà mai ricostruirle o anche minimamente pensare che si possa continuare a viverci? Luoghi che sembrano fatti per nascondere cecchini, snipers.
Eastwood e tanti come lui sanno che parlare di guerra oggi è soprattutto questo, e se ogni guerra è una guerra sporca, c’è una guerra che può esserlo ancora di più. L’aveva già capito più di un secolo fa un grande economista russo, I.S. Bloch, quando in Modern War and Modern Weapons scrisse:
La guerra del futuro sarà una guerra di assedi e posizioni radicate ... La prima cosa che ogni uomo dovrà fare sarà scavare una buca.”
La guerra che racconta American Sniper non è dunque una novità, come per il Vietnam la fioritura cinematografica è stata e continuerà ad essere fertile, è giusto che ogni grande regista la racconti e lasci la sua visione a futura memoria. Com’è accaduto per tutti i grandi eventi, le grandi tragedie dell’uomo, i posteri daranno l’ardua sentenza. E, forse, continueranno a non capire. Essere uno sniper, far parte dei Navy SEAL, corpo speciale della marina americana (il Team 6 nel 2011 catturò Bin Laden), ritrovarsi affibbiato il soprannome di al-Shaitan Ramadi (“il diavolo di Ramadi”) e una taglia di 80 mila dollari da parte dei ribelli iracheni, e infine, avendo totalizzato 160 nemici uccisi, occupare il primo posto nella classifica dei migliori tiratori scelti americani, non è cosa che lasci la mente sgombra da turbe, rimescolamenti, condizionamenti e quant’altro.
Eastwood mette al centro un caso del genere, preso dalla realtà, Chris Kyle, morto nel 2013 di una morte beffarda, ucciso da un reduce fuori di testa quando ormai aveva svolto quattro missioni e trascorso più di quattro anni in zona di guerra.Tornato da moglie e figli si era ripreso a fatica la sua vita e si era dedicato al recupero dei reduci. Sapeva cosa fare, ci era passato e la sua testa quadra l’aveva salvato. Chris era stato uno sniper, prima faceva il cowboy, domava cavalli, poi si era scoperta questa “dote di natura”, una mira infallibile, e l’aveva messa a disposizione della patria. O, almeno, di quello che la patria gli faceva credere essere il suo dovere. Chris era un ammasso di muscoli con un cervello lucido ma semplice, uno dei milioni di figli di un’America in guerra perpetua che partono, spesso pieni di spirito eroico e patriottico e, una volta lì, capiscono dove sono finiti. Se riescono a tornare interi magari fanno anche una fine assurda, come lui, se tornano a pezzi passano il resto della vita a chiedersi come mai. Perché, nonostante sia trascorso ormai quasi un secolo, il copione resta lo stesso, cambia solo lo scenario e per le panoramiche occorrono filtri diversi alla mdp. E questo è tutto quello che si riesce a pensare durante i 134 minuti del film. E questo il regista vuole che pensiamo. Credo voglia anche che riflettiamo sul fatto che, tra ventesimo e ventunesimo secolo, la guerra è diventata anche un copione cinematografico, in questo caso nato dall’acquisto della Warner Bros dei diritti del memoriale scritto da Chris quando tornò dalla guerra, e che la finzione dev’essere così finta da sembrar vera, brutale, realistica, come esser sul fianco a fianco con i soldati.
E’ un modo onesto di parlare di guerra? Sì, è l’unico. Perché è l’unico che nel mirino americano inquadri da vicino la faccia di Mustafà, bello tanto quanto il suo omologo yankee, e altrettanto micidiale. Un duello, dall’inizio della storia, ancora Achille ed Ettore le mura di Troia. E Omero apparteneva alla razza dei vincitori. Ancora un corpo sfracellato e l’altro morto di morte beffarda. Ed erano i più belli, forti e generosi. Come Chris.

Usa, 2014 durata 134’
di Clint Eastwood
con Bradley Cooper, Sienna Miller, Kyle Gallner, Luke Grimes


Paola Di Giuseppe

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