mercoledì 1 ottobre 2014

Francesca Zoccarato alla mostra di Sabatino Polce. Francesca e gli altri…

…Gli “altri” sono i suoi sei personaggi (il primo che fa: “in cerca d’autore” lo sfido a duello). Marionette sì, ma è facile dimenticarselo: Francesca parla con loro, ne asseconda la vanità, ne contrasta i capricci, fanno le primedonne e non è facile tenere a bada certe teste di legno (di tiglio). Bello vedere i bambini seduti in prima fila, per una volta non riservata alle tronfie autorità. Che oggi comunque non ci sono, perché con le lignolae figurae non si accattano voti come col Cabaret-amore-loro, e le marionette poi neanche votano (oppure sì, ne conosco tante…).
Ci fossero stati sindaco-assessori-notabili, Francesca avrebbe redarguito anche loro dal palco, dentro il grembiulone nero che mi ricorda la mia maestra Emilia quinquennio ‘55-’60 del secolo scorso: via quel telefonino, tu vedi di fare silenzio, giù quel flash che poi non ci vedo. Scalpitano le marionette: Oscar, Visia, Cole, pazientate che diamine, no Oscar, il pubblico non è in smoking, quanto sei esigente, sì va bene, magari gli diamo un’aria più presentabile… Francesca scende in platea, un set di pettinini e una ravviata alle chiome del gentile pubblico qua e là… ops, il signore in terza fila è calvo!... è irrimediabile ma non si affligga, sa, succede anche ai migliori.
E’ il momento, giù le luci, voilà il teatro di figura, il “Varietà prestige”: via il grembiule da maestrina, ecco l’abito civettuolo, calzettoni a righe, bombetta, grammofono. Piccole magie per scaldare i muscoli, il bimbo chiamato sul palco a far da spalla scandisce ubbidiente cognomenome tuttoattaccato: Francesca lo fa inchinare maneggiandolo con scherzosa ruvidezza come farebbe con le sue teste di legno, applausi applausi.
Da qui in avanti la scena appartiene alle marionette: docili ai fili mossi con sapiente naturalezza, ecco il fascinoso pianista (“stiano in guardia i mariti in sala”), mani seduttive per suonare il suo jazz; la rossa Misia, chanteuse in rutilante abito da sera: assonanze con la pantera (di Goro) che da Sanremo approdò a Brecht passando per la Piaf (“Su vieni qui, Milord/accanto a me, Milord/se hai freddo il cuor vedrai/io ti riscalderò”) ; il rauco Fred, finto cinico dal whisky facile (“Se c’è una cosa/che mi fa tanto male/è l’acqua minerale/Per stare bene/io bevo alla mattina/la nitroglicerina”); la soubrette cioccolato dalle curve esagerate, ritmi africani e movenze pelviche di epocale audacia nel suo “Banana Dance”, chi altri se non la Joséphine Baker delle Folies Bergère; e il mattatore, il Clown che strappa ovazioni e si slancia fino in platea, si avvinghia al collo e si sbaciucchia con impeto le giovani signore…
Non solo divertimento e garbata ironia: c’è in ognuna di quelle marionette l’impronta dello studio attento, della cura filologica che riproduce così il dettaglio somatico e i costumi, come i contesti e le suggestioni di culture e tendenze incastonate nella memoria collettiva.
Per finire, messe a riposo le capricciose star, Francesca cabarettista e trasformista diviene una perfetta Liza Minnelli in lustrini e atmosfere anni Trenta “…Life is a cabaret old chum/Come to the cabaret…”
I bambini, scivolati dalla prima fila ai bordi del palcoscenico, neanche respirano, completamente rapiti: più d’un genitore o nonno ingaggerebbe Francesca & C. con un contratto domestico a vita. Perché con lei si capisce che non è marziano rendere educati gli ipernutriti ipercinetici pargoli: creatività intelligente e poesia con un pizzico di cultura, invece di PlayStation e TV, e il gioco è fatto. Alla lettera. Lo si capisce guardando l’allegra piccolissima che sul palco, senz’ombra di noia o capriccio, osserva la mamma in bombetta riordinare la valigia dei sogni a fine spettacolo e rispondere alle nostre curiose inesperte domande. Impariamo anche noi adulti: che il tiglio è il più adatto perché malleabile e resistente; che le marionette sono state commissionate allo straordinario artigiano praghese Jan Rúžička: ne constatiamo da vicino la precisa genialità del dettaglio, la poetica espressività, la tecnica superba delle articolazioni.
Il teatro-minimo per ora torna in valigia, con la tradizione antica delle marionette: voci di una cultura millenaria che la maestria di artigiani/artisti e la grazia di artisti/artigiani come Francesca sanno ancora portare a occhi e orecchie disabituati alla semplicità del bello. Ci fossero state, le autorità preposte ai circenses del popolo votante, avrebbero potuto farne tesoro. Ma non si son fatte vedere.

Sara Di Giuseppe

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