sabato 2 agosto 2014

Quella villa di Francesco Giuseppe nel bosco di Ronzone. Viaggio in montagna fra una crisi che si vede e autoctoni in libertà

Sono andata a trovare la mamma in montagna. Ronzone è l'ultimo paese della Val di Non, in Trentino, dopodiché il bosco. E nel bosco la villa di caccia di Francesco Giuseppe, oggi Hotel Regina del Bosco. Proprio un attimo prima del bosco c'è la fermata Belvedere, quella che riporta a casa in mancanza di altri mezzi. Ieri alle 11.07, come recita l'orario estivo affisso, partiva l'autobus per Dermulo, crocevia con il treno Trento - Malè. S'ha da fare talvolta un esperimento. Ho pensato di raggiungere Verona così. La crisi ha raggiunto le vette del Trentino.
Per essere il 31 luglio, quasi paralisi, il tempo è diventato un nemico, il sole, unica speranza italiana, ha deciso che sta a vedere cosa riusciamo a fare senza la sua presenza. Salgo sull'autobus, pago 2,5 euro fino a Dermulo, trovo 4 persone in tutto oltre al conducente. Nonna con nipotina del luogo, che salutano calorosamente e mi regalano uno spazio preferenziale, dato la valigia. Si sentono di coccolare questa turista per caso. Eh già in città ti salutano a metà... Una anziana signora con la sporta della patate novelle acquistate dalla "francese" è in quarta fila. All'ultimo istante sale un donnone africano, leggings e camicia da montagna con un enorme borsa della spesa rotellata, colma di pezze in microfibra. Oblitera, si siede e dopo aver sistemato il contenuto che fuoriusciva dalla borsa, compone un numero telefonico e parla in una lingua sconosciuta. Swaili? Si scriverà così? Leggere è impossibile, lei parla ad alta voce. Talvolta sembra cantare, talvolta il suono delle parole diventa grave. Non riesco ad afferrare nemmeno una parola. Chissà come si dice mamma in quella strana lingua che permette qualsiasi confidenza inviolabile ad alta voce. Dopo una buona mezz'ora forse ha finito la ricarica e il silenzio torna re. Nelle varie fermate non salgono che sparute amiche anziane per un breve tratto e un uomo che si mette al computer e sparisce nella sua confortevole poltrona. Arrivo a Dermulo e compro il biglietto per il treno fino a Trento. Nel mio mezzo secolo e oltre non l'ho mai preso. Biglietto 3,5 euro fino a Trento. Biglietteria automatica. Le stazioni potrebbero tranquillamente essere riviste e modificate nella loro architettura obsoleta. Le ex biglietterie abitate dagli umani sono inutili. Quanti posti di lavoro sono stati persi, mi dico...
Arriva il treno sul binario due dopo una ventina di minuti, stupendo, moderno, l'Ulisse in miniatura che fende l'aria, i colori quelli di UT penso sorridendo, grigio e rosso, proprio quelli. Altro che marrone cacca scura, caro il mio Ulisse grande. Due littorine in tutto, si dirà ancora littorine o sono vagoni? Beh ci siamo capiti. Spazio comune da condividere. Poca gente. Apro il libro, "Dio delle illusioni" di Donna Tartt, il suo primo libro. Mi perdo nel Vermont, all'università col professor Julian e i suoi sei ragazzi del corso di greco per una decina di minuti. Sono distratta da un sottofondo che non riesco a comprendere di che natura sia. La mia visuale è buona e la curiosità ha il sopravvento. Una signora matura sta sussurrando le parole che legge dal corano. Gira le pagine al contrario senza sosta, ma con meravigliosa lentezza. I suoi vestiti celano tutta la sua persona, solo i bianchi sandali ai piedi tradiscono un vezzo concesso alle donne oltre le regole. E quella cantilena mi riporta a Riad, dove tutto si fermava all'improvviso a mezzogiorno. E l'eco proveniente da qualsiasi spazio aperto o chiuso era un parlare con Allah. E solo con lui. Pareva davvero davvero che il mondo si fermasse, non volava una mosca per un'ora. Guardo l'orologio le 12.39. Ah ecco, adesso ho capito. Chiudo il libro, anche perché arrivano sul corridoio una signora e una bimba, amiche della signora seduta davanti a me. Incontratesi casualmente si mettono a parlare, in slavo, quale delle lingue proprio non lo so. Una parola la catturo dalla loro conversazione: baby sitter. Evvai mi dico, nonostante la mitraglia del conversar tra donne, quasi mi sento dello stesso Paese. Mi dico che un tempo sapere quattro lingue era un bel sapere, oggi mi sento così spesso straniera anche a casa. La sensazione mi piace, è la mia ignoranza che difficilmente sopporto.
A Grumo - San Michele sale un lavoratore nero nero e due fermate dopo a Zambana ne sale un altro. Sono due che si conoscono e si siedono vicini. Si raccontano del lavoro appena finito, è pur sempre venerdì, e con mio stupore parlano dialetto trentino. Son trentini da un po' e radicati par proprio, ah mi si allarga il cuore, anche se il dialetto trentino in bocca loro è strano, ma li ringrazio dell'erudizione nostrana nei miei pensieri.
Arrivo a Trento, prendo il treno per Verona, anche quello semivuoto, sono le 13.38. E sul treno entra la signora africana dell'autobus di Dermulo e in uno splendido italiano mi dice: "Ciao, questo treno va a Verona, vero?". Sì certo, rispondo. Mi fa un sorriso, si siede vicino a me e di lì a poco si addormenta. Riapro il libro e torno alle mie lezioni della Tartt sulla civiltà greca. Quanto tempo è trascorso nel viaggio da quel tempo...


Michaela Menestrina

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