domenica 3 agosto 2014

Montanelli in retrospettiva nelle parole di Paolo Di Paolo

Vi sembrerà strano ma è così: un ragazzino poco più che diciottenne, fresco di diploma, si scopre improvvisamente uomo e alla svolta di un secolo. Un giovane, appassionato di giornalismo e di scrittura, prende congedo da uno dei più controversi ed appassionati intellettuali e giornalisti del Novecento: Indro Montanelli.
Montanelli lo aveva guidato alla scoperta del suo secolo ed aveva tessuto attorno alla sua ingenua visione del mondo una rete possente di rimandi, riferimenti, esiti, interpretazioni sul mondo. Non con il metodo delle certezze acquisite o delle prese di posizione ideologiche, neanche delle opinioni “fatte” e ricevute, quelle buone per ogni stagione, dietro le quali – spesso – si nascondono i piccoli “acquisti” di visibilità legate alle convenienze. Niente di tutto questo nella libertà di pensiero, e di spirito, nell’onestà intellettuale caparbiamente difesa, di Montanelli. Un uomo in grado di polarizzare enormi dibattiti, di avvincere e deludere, dividere e riunire l’umore scostante e sfacciatamente conformista degli italiani.
La morte appresa al telegiornale, intorbidita dalle immagini gravi e incancellabili dei fatti di Genova del 2001 – Montanelli scompare lo stesso giorno della tragica morte di Carlo Giuliani, durante gli scontri con la polizia, in una delle pagine più nere della nostra storia repubblicana – spostano le lancette della vita del giovane Paolo Di Paolo in avanti.
Si capisce allora come il libro – da poco uscito per Rizzoli – incentrato sulla vita di Montanelli dell’ormai affermato scrittore Di Paolo, non sia né una biografia – troppo poliedrico il personaggio per riassumerlo in una rassicurante traiettoria – né un saggio – troppo sentita la vicinanza all’uomo, con le sue contraddizioni, per tentarne un’analisi distaccata – né un inutile, inservibile panegirico, date la dimensione della figura di Montanelli densa “di ombre”. Piuttosto un diario – la scansione a ritroso degli eventi che lo legano a Montanelli ne è, forse, la riprova – o anche il racconto – non troppo coinvolto però, tanto da non divenirne un’agiografia – sul polemista incessante, il critico inesausto del costume italiano, il liberale irriducibile ad ogni scontato buon senso che sa di arrendevolezza di fronte alle mille manifestazioni del potere.
L’allora aspirante scrittore Di Paolo fu attratto dallo stile caustico ed ironico, dalle verve giornalistica, la precisione e la compatezza formali degli scritti di Montanelli. Divenne un lettore fedele nel tempo delle rubriche sul Corriere della Sera – le famose “Stanze” – dove nel frattempo il giornalista di Fucecchio era tornato, a seguito della breve esperienza, durata un anno, de La Voce, fondata a 85 anni, quando altri non saprebbero fare altro che rassegnarsi alla vecchiaia, e dopo la lunga parentesi, invece, de “Il Giornale” – altro quotidiano “corsaro” da lui fondato prima dell’ingresso di Berlusconi nella gestione societaria. Lo colpiscono la freschezza di sguardo, l’imprevedibilità e l’immaginazione mobile del giornalista, l’intransigenza di chi sa, al tempo stesso, mettersi all'ascolto. Di culture altre, della diversità di pensiero, laddove esso sia scevro dalle scorie dei condizionamenti ideologici. Ricordiamo qui i suoi incontri con Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, lui ateo convinto.
Di Paolo comincia a scrivere a colui che era divenuto, indiscutibilmente, una voce autorevole del giornalismo e ne riceve delle risposte altrettanto originali e simpatiche, sopra le righe. Fino al momento dell’incontro con gli studenti di un liceo di Milano, dove Montanelli allunga una carezza al giovane ardimentoso che gli si era fatto avanti.
Insomma una visione di Montanelli, quella di Di Paolo, che, senza pretese di esaustività, ne fornisce un ritratto dai colori palpitanti e, direi, preciso, non solo per rendere conto di Montanelli ma anche per testimoniare di un secolo, controverso e denso di fatti, come appunto il Novecento. Ossia “vedere un uomo di talento alla prova del suo secolo. Vedere come ci si guadagna spazio nel mondo – con quanta ostinazione, con quanta costanza, con quanta energia, e, mentre il mondo cambia, cambiare senza tradirsi.”
Cambiare senza tradirsi: ecco la chiave di lettura dunque. Dall’adesione al Fascismo, alla sua rinuncia, dalla parentesi in Africa al seguito delle sguarnite truppe italiane nel ’35 alle Guerra di Spagna, dai fatti di Ungheria e la relativa denuncia della repressione sovietica, vissuti da inviato in prima persona, al processo ideologico subito dal “reazionario”, nel 1968, dal nemico giurato di Berlusconi alle tirate sugli italiani – “rimarremo quello che siamo: un conglomerato impegnato a discutere con grandi parole di grandi riforme a copertura di piccoli giochi di potere e di interesse”. Nonostante queste parole d'amore sul suo paese – in cui Montanelli aveva ora smesso di credere e da cui amaramente si congedava a conclusione della sua imponente, anti-accademica impresa sulla “Storia d’Italia” – volle, invece, salutare il suo pubblico di lettori, affezionatissimo e fedele al suo stile inconfondibile, con la lapidaria fase, dettata in punto di morte, in un ospedale di Milano alla nipote: “Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza, prende congedo dai suoi lettori ringraziandoli dell’affetto e della fedeltà con cui lo hanno seguito”. Il lettore come punto di partenza ed arrivo della sua parabola professionale, la famiglia di adozione, il punto di riferimento irrinunciabile al pari della sua inseparabile “Lettera 22”, da cui sgorgava, puro e severo, il suo pensiero. Il pensiero di un italiano autentico.

Alceo Lucidi

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