martedì 26 novembre 2013

“Romeo and Juliet” fra l'oro e la porpora del Teatro dell'Opera di Praga. La “lettura” di Petr Zuska (nostro servizio)

Praga. Tanto rutilante l’interno “secondo rococò” del Teatro dell’Opera di Praga, splendente di oro e porpora, quanto minimalista e quasi nuda è la scena su cui si alza il sipario di questo “Romeo and Juliet” di Prokofjev, coreografia e regia di Petr Zuska, direttore del Corpo di ballo del Teatro Nazionale di Praga.
La lettura che Zuska ci porge della tragedia shakespeariana gioca sugli opposti o, come recita la brochure, sulla polarità (“Romeo, Juliet and… polarity”): uomo e donna, morte e vita, odio e amore. L’essenzialità della cornice prepara già, per contrasto, il gioco potente delle passioni in campo. La figura di Lorenzo apre il primo quadro: il frate è solo, su una scena nuda, apparentemente al di là del tempo e dello spazio; l’ombra della tragedia aleggia nell’aria, egli avverte che qualcosa sta per accadere, qualcosa che lo sovrasta e che non è in grado di controllare. Alle sue spalle una nera parete che nell’aprirsi disegna una silhouette femminile quasi in stile cubista: incede da quell’apertura, figura ieratica e lucente nel bianco di cui è vestita, Queen Mab, regina del regno dei Sogni e delle Ombre.
Evocata nel testo shakespeariano da Mercuzio (I, 4), all’inizio di uno dei più lunghi e immaginifici monologhi (Oh, then I see Queen Mab hath been with you…), essa diviene figura concreta nella realizzazione di Zuska: fin dal suo ingresso in scena è lei protagonista e motore di ciò che seguirà. Dopo un maestoso assolo carico di simbolismo, Mab torna nell’oscurità e la parete si chiude dietro di lei: Lorenzo è solo nel vuoto, intorno ogni cosa è sparita, si protende ad afferrare l’inafferrabile, poi, schiacciato dal peso della sua premonizione, cade sulle ginocchia.
L’originalissima intuizione di Zuska addensa le diverse polarità che permeano il dramma shakespeariano intorno alle figure di Lorenzo e di Mab: sono queste le vere protagoniste (fin quasi a mettere in ombra i due giovani amanti), prototipi di un’opposizione in cui Lorenzo è simbolo della fede umana in Dio, nella Bontà, nell’Ordine, forze a cui affida la speranza in un piano che potrà alla fine soddisfare tutti. Mab, ci dice lo stesso Zuska nell’ “Introductory word”, è la sua avversaria, regina delle ombre, entità astratta in cui si concentra l’irrazionalità della vita e dell’essere: nè cattiva né buona e unione di tutto questo al tempo stesso, Mab personifica tutto ciò che è imprevedibile e incontrollabile e, benché appaia come figura eterea e invisibile all’occhio umano (solo chi sta per morire può vederla: la vedranno Mercuzio e Tebaldo, la vedrà Paride, e poi Romeo, e infine Giulietta) è lei sola a reggere i fili della storia.
Lorenzo è tra i due la figura più tragica: la sua bontà è causa indiretta della tragedia finale, e la condanna è il sopravviverle. Potremmo anche spingerci, aggiunge Zuska, a vedere nel conflitto tra Frate Lorenzo e la Regina Mab il contrasto tra l’umano e il divino, nel quale all’Uomo non è offerta alcuna chance. Nell’odio tra le parti, che chiude ogni altro orizzonte, non fede religiosa, non pietà, non clemenza possono far breccia: solo l’amore, il grande escluso, sradica I giovani amanti dall’ ”aiuola triste” che li stringe, ma essi possono afferrare solo un bagliore di quella luce: Romeo, Giulietta, lo stesso Lorenzo, nell’affrettarsi ciascuno verso il compimento, sentono che “l’attimo dopo li scaglia in un tempo che essi devono solo temere”.
I bravissimi Romeo (Francesco Scarpato) e Giulietta (Andrea Kramešová) hanno ali di leggere farfalle mentre danzano incontro alla catastrofe. Un costante simbolismo permea il dipanarsi della storia: a cominciare dalle maschere, tutte uguali fra loro - solo differenziate in maschile e femminile - che dal ballo in casa Capuleti pervadono le scene successive: presenza costante nei quadri corali in cui i Montecchi sono originalmente interpretati da soli uomini, i Capuleti da sole donne; poi la mano di Mab (Miho Ogimoto), coperta da un lungo guanto bianco che si posa sul volto di colui o colei che sta per abbandonare la vita e solo in quell’attimo si rende visibile; infine Lorenzo (Alexandre Katsapov), nella sacerdotale tunica nera, quasi sempre solo all’interno di uno spazio vuoto: è solo nella scena d’apertura, è solo nell’epilogo con la sua finale capitolazione, con il suo Dio che lo ha perduto, così come egli ha perduto ogni sua fede.

Andiamo a parlare ancora di queste cose tristi.
Alcuni saranno perdonati altri puniti.
Perché mai vi fu storia più dolorosa
Di questa di Giulietta e del suo Romeo


Sara Di Giuseppe

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