martedì 12 novembre 2013

Al nostro collaboratore Emilio Patalocchi il Premio della Giuria al CON/CONCORSO Buenos Aires Milano 2013. L’arte come protesta nella 'società del frammento'

Anas War Experience
Una pittura dai toni brillanti e dal contenuto colmo di amaro sarcasmo, pervaso da un lancinante ghigno di derisione. L’artista gioca con le nostre identità, con i nostri miti consumistici, presentando un’umanità frammentata, isolata, agghiacciante, ma in fondo grottesca, ridicola, che ha perso il senso del suo esistere ed è incapace di dire perché sia lì e cosa realmente ci faccia seduta a tavoli ingombri di cose quotidiane e macabre, sporche di sangue o di rifiuti. Bottiglioni, coltelli, mannaie, lattine di bibite killer e ritagli di foto porno, banconote e carte da gioco, oggetti quasi messi all’incanto sui tavoli dell’attualità, insieme con le persone vendute anch’esse inconsapevolmente all’asta dell’esistenza.
Una realtà rituale, simbolicamente religiosa, di una religione fatta di segni onnipresenti, ma soltanto convenzionali e dei quali le figure, ieraticamente ferme, non capiscono né avvertono più bene il significato, nella congerie delle altre icone presenti. È una ritualità costruita su luoghi comuni sgargianti come cravatte e abiti griffati, vuota ed effimera come un fumetto non scritto, che grida più di mille aggettivi una disumanizzante perdita d’identità. Senza traccia di un sentimento o di una reazione emotiva, pur davanti a scene raccapriccianti, questi frammenti umani non provano e non riescono a tradurre in pensiero, né a verbalizzare altro che la propria attesa di un destino ineluttabile.
Sono uomini e donne solipsisticamente abbarbicati alle loro chiusure esistenziali, vissute grazie al marchio di fabbrica, al logo di prestigio. Figure-oggetto protese verso definitivi e macabri gesti annunciati da pistole insanguinate o pronte a sparare, da una lattina di killer-bevanda, da un ibrido fallo di carne e circuiti elettrici, ancora collegato alla rete, ma ridotto all’impotenza, mozzato e sanguinolento. È la ritualità disperata di chi si chiede perché non è felice, pur possedendo tutti gli oggetti del desiderio, in interni dai colori vividi e accattivanti, pur nella vacuità indecorosa di pareti sporche, di residui di cibo, dei pavimenti brulicanti di insetti.
Emergono note e tonalità differenti, registri e cromatismi cinetici, che muovono forse le larve dalle zampettine rosa a risanare i luoghi della sopravvissuta apocalisse. E citazioni classiche: il topolino nell’angolo, retaggio iconico di antiche pitture, ironico e un po’ beffardo autoritratto di un artista, spettatore di tanto orrore, che grida (ghigna) la sua protesta verso una società ridotta a rappresentazione angosciosa di se stessa e al contempo volge lo sguardo al destino dell’uomo, senza però cessare di essere pietoso, indulgente, recando i colori che offrano almeno qualche opportunità di riscatto. Quasi a voler affermare, tra i pigmenti fosforescenti, che in fondo, la vicenda umana, pur sempre uguale a se stessa, forse non è segnata, non è ancora conclusa.


Gabriele Di Francesco


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