lunedì 10 aprile 2017

"Tulipani neri". Il Don Giovanni di Mozart allo Stavoské Divadlo di Praga


 A 230 anni dalla prima rappresentazione - 1787, allo  Stavoské Divadlo (Teatro degli Stati) di Praga - e a dispetto di una presenza scenica pressoché ininterrotta nel tempo - il Don Giovanni mozartiano è fresco  come il primo giorno. Ancor più se affidato, in quel teatro che è a buon diritto “la sua casa”, alla regia giovane e talentuosa del duo Kukučka-Trpišovský, dall’insolito pseudonimo SKUTR (scooter).
       Binomio registico connotato da visionarie realizzazioni teatrali di accentuato simbolismo, che combinano teatro danza musica e multimedialità (fra tutte, il geniale “Human locomotion”, 2014, ispirato al precursore della tecnica cinematografica, il fotografo Muybridge, realizzato per lo spazio “Nova Scena” del Teatro Nazionale di Praga), la cui impronta connota ora con sicura maestria l’allestimento del Don Giovanni.
       Qui una scena minimalista tutta in bianco e nero colloca gli interpreti fuori dello spazio e del tempo; neppure i costumi evocano un preciso ambito cronologico o sociale e solo le artificiose capigliature maschili rimandano a un che di settecentesco.
        In compenso, la realtà virtuale e cinematografica evocata dalla fila di poltrone in legno da vecchio cinema parrocchiale, le immagini di film muto proiettate su un minuscolo riquadro di parete, sono altrettanti richiami all’eterno binomio realtà/finzione, verità/inganno.
        Così i tristi tulipani neri che sbocciano nei momenti cruciali da strette asfittiche aiuole semoventi; lo stilizzato balletto maschile che commenta la fallita seduzione di Donna Anna e l’uccisione del Commendatore suo padre da parte di Don Giovanni (Leporello e lo stesso Don Giovanni, sulle poltrone da cinema, assistono alla danza); la cenere del Commendatore raccolta in un secchio nero e versata su un tumulo fiorito di soli tulipani neri; tutto converge verso la definizione di un ambiente surreale potentemente suggestivo (“Un ambiente senza tempo è per lo spettatore il migliore accesso all’espressione di una metafora contemporanea”, precisano i registi in un’intervista).
        Se gli interpreti abitano uno spazio simbolico e metaforico che rompe con l’iconografia tradizionale (pur non restando mai neutro né innocente), intatto è invece l’agitarsi dei personaggi mozartiani in una dimensione che ha la polivalenza dei drammi shakespeariani: vi agiscono le passioni senza tempo e gli inganni del cuore umano, l’amore e il tradimento, la colpa e l’inganno, la sete di vendetta, sempre indistintamente mescolati al dramma giocoso della “comédie humaine”, eterno umano caleidoscopio su cui il genio mozartiano ha innestato – e fatto eterno – il cupo mito di Don Giovanni e della sua fine esemplare (“Giusto là sotto / diede il gran botto / giusto là / il diavolo se ‘l trangugiò” è l’efficace sintesi di Leporello nel finale).


        Personaggio-enigma per eccellenza, costui (“¿Quién soy? Un hombre sin nombre”), ingannatore per antonomasia (è “El burlador” nel prototipo secentesco di Tirso de Molina), emblema del seduttore impenitente, Don Giovani è piuttosto, nella versione mozartiana - eversiva rispetto al libretto originale di Da Ponte - il fallimento stesso del seduttore e (ancor più che nel testo “maledetto” di Molière) la sua incapacità di amare riduce l’amore stesso a inganno e beffa.
       Senza giungere alla problematicità teologica della versione di De Molina in epoca controriformistica, Mozart si discosta in libertà da prototipi e stereotipi, fino ad eliminare l’improbabile lieto fine introdotto per il più conservatore e moralistico pubblico del Burgtheater viennese dopo la prima rappresentazione a Praga.
        Fra travestimenti, capovolgimenti di scena, maschere che rivelano l’inganno e proferiscono la condanna (“Trema, trema, o scellerato”), Mozart tocca tutto l’arco variegato e contraddittorio dei sentimenti umani, e il conflitto tra male e bene, paradiso e inferno si mescola giocosamente al sapore inimitabile di una vita vissuta fino alle estreme conseguenze. 
        Il duo registico, nel cogliere l’assenza del tratto mefistofelico nel protagonista, ne evidenzia piuttosto l’amoralità irridente di chi consapevolmente trascina con sé nel gioco estremo donne e uomini dopo averli ingannati e traditi.
        Il dramma giocoso vecchio di secoli ma oggi più che mai nuovo e attuale, incontra l’inconsueta realizzazione praghese che ne coglie il connotato universale e lo porge ad una platea potenzialmente eterogenea. Non con l’intento non di stupire ma di coinvolgere anche il pubblico meno specializzato in un “gioco dell’immaginario” che è anche il gioco meraviglioso della creazione artistica. Fanno il resto, il tratto sicuro e profondo dell’Orchestra del Teatro Nazionale di Praga e un cast di interpreti giovani e collaudati, capaci di pennellare musicalmente e drammaturgicamente i tratti salienti e le sfumature di ogni personaggio.


        Nella Praga che attende fuori del teatro, non v’è traccia di tulipani neri: vi fiorisce un aprile che ha rubato ai Macchiaioli i colori e la luce.

Sara Di Giuseppe

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