sabato 29 aprile 2017

Mr. Harrell, è stato un piacere. Tom Harrell al Teatro delle Api di Porto Sant'Elpidio per TAM




Capita rarissimamente di uscire da un concerto e, con PGC, non avere parole per giudicarlo almeno un po'. Quando la perfezione e una complessità fuori da ogni, a volte malcelato, tentativo di essere ruffiani con il pubblico sono così evidenti non c'è nulla, o quasi nulla, da dire né da scrivere.
Il Jazz è una sorta di malattia dalla quale non si esce mai e, da orecchie educate dai mille concerti ascoltati finora, sappiamo distinguere, capire, leggere fra le note e, qualche volta ma non sempre, applaudire. Tom Harrell lo abbiamo applaudito in almeno tre brani e questa ci è sembrata una enormità. Non dovendo esibirsi per nessun pubblico, e quindi dimostrare per forza di apprezzare, riusciamo ad applaudire quando battere le mani ci viene spontaneo, mai a comando, men che meno perché un brano termina con uno stop improvviso o un fuoco d'artificio. 
E la cosa sorprendente è che non abbiamo applaudito solo lui, il musicista disabilitato da una schizofrenia paranoide che lo rende refrattario a ogni tipo di interazione con il pubblico, ma anche la sua fantastica band composta da Danny Grissett al pianoforte e al Rhodes (quello vero, rigorosamente Fender, inconfondibile nel timbro e nella forma), Ugonna Okegwo al contrabbasso e Adam Cruz alla batteria. 
Tom Harrell e i suoi compongono un quartetto che musicalmente non ha limiti e non se li pone. Sono solisti sorprendenti che suonano frasi di una difficoltà sovrumana con una semplicità disarmante, dove tutto appare normale anche se di normale c'è nulla. Harrell arriva e scompare nascondendosi fra le quinte. Lascia il palcoscenico e la visibilità assoluta alla sua band. La sua malattia, purtroppo disabilitante, è visibile solo quando tenta di camminare, nella lentezza dei movimenti, nella voce flebile con cui per ben tre volte, ha detto "thank you". 
Ha perfino presentato i musicisti che suonano con lui e poi basta, alle parole, che pure non sarebbe stato in grado di pronunciare, ha preferito la musica e, se ci permettete, che musica!
Quarantanni di carriera e musicisti del calibro di Dizzy Gillespie e Carlos Santana come sparring partner, lo hanno fatto diventare il trombettista/flicornista che oggi è e che ci è stata data l'immensa fortuna di ascoltare in una serata che ha risposto appieno (anzi di più) alle nostre aspettative.
Questo lo consideriamo, per il Jazz che abbiamo avuto la possibilità di ascoltare, un anno fortunato. Fra i concerti del venerdì al Cotton Jazz Club di Ascoli Piceno e questi di TAM nel maceratese e nel fermano, non abbiamo riscontrato momenti di debolezza, tutti di altissimo livello e, eccezioni a parte, di rilevanza mondiale.
Succede sempre più spesso quando il Jazz è amore e non solo uno stupido business da intraprendere perché non si ha niente altro da fare. Luigi Tenco, in fondo, non ha mai cantato Jazz.

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