23/04/17

Il coraggio di Jano. Presentato al Cotton Lab “The Place Between Things”. L'ultima incisione di Emiliano D'Auria


Ci vuole coraggio, ma soprattutto una statura musicale bestiale come il fisico di qualche tempo fa.
The Place Between Things è quasi una summa che nulla c'entra con la teologia però con la musica sì. Sembra quasi che tutti gli artisti presenti quest'anno nel ricco cartellone del Cotton Jazz Club, abbiano lasciato da queste parti un po' del loro cuore, dei loro ritmi, delle loro influenze più o meno manifeste.
Emiliano D'Auria, che del Cotton Club è il direttore artistico, ci ha dato la prova che direttori artistici non si nasce né lo si diventa per dono divino. 
Dietro c'è una preparazione da professionista serio, una capacità di saper cogliere il senso del nuovo che c'è, un gusto innato per la sperimentazione mai fine a sé stessa, una passione travolgente da sesto senso che, come tutti sanno, o c'è o non arriva per caso.
Una formazione solida (Alessia Martegiani voce, Giulio Spinozzi tromba/flicorno, Gianluca Caporale sax/clarinetto/flauto, Massimo Morganti trombone, Maurizio Rolli basso elettrico, Alex Paolini batteria e Emiliano D'Auria pianoforte/rhodes/effetti elettronici, più un sound engineer, Anthony Di Furia hanno offerto uno spettacolo che, al di là di qualche imperfezione dovuta alla prima esibizione dal vivo di un disco terminato da pochissimo, ha rappresentato la sintesi di un bagaglio musicale di primissimo ordine. Tutti hanno contribuito, diremmo scientificamente, allo svolgersi di un concerto che non ha disdegnato momenti di improvvisazione tipicamente jazzistica, ad altri di assoluta fusione scritta sul pentagramma e rigorosamente eseguita.


Tutti i brani sono stati scritti e arrangiati da Emiliano D'Auria che, lo confessiamo, ha raggiunto un grado di maturità per molti versi inatteso. Lo avevamo ascoltato attentamente descriverci per sommi capi quello che sarebbe stato il risultato finale del suo lavoro, e quindi eravamo preparati ad ascoltare qualcosa di nuovo e di “strano”, ma non avremmo mai pensato che il blues e il rhythm and blues, si fondessero così intimamente con il rock, il soul, il funky, il pop e lo stesso jazz e un efficace (quanto a volte un po' esagerato) tappeto elettronico. Conosciamo l'amore di Emiliano D'Auria per la musica elettronica e, anche se avremmo preferito una presenza meno invasiva, resta l'assunto che o la musica elettronica la si conosce e la si applica seguendo regole fisse o diventa un riempitivo senza senso. E in questo concerto, nulla è stato lasciato al caso.
Sulla formazione niente da dire, tutti hanno fatto la parte segnata sui fogli pentagrammati (improvvisazioni comprese e forse per questo poco trascinanti), e tutti si sono dimostrati professionisti serissimi, insegnanti del Cotton Lab. Se proprio dobbiamo fare segnalazioni, lo facciamo seguendo il cuore più che il cervello. Massimo Morganti, si è dimostrato un trombone con un altro passo, pulito, efficace, incisivo, padrone assoluto del suo strumento. Alessia Martegiani, la cantante del gruppo e autrice dei testi di tre delle canzoni dell'album, pur non esplodendo mai (vocalmente parlando), si è dimostrata una “voice” vera, intonata con il resto dei fiati, capace di salti vocali difficili se non si hanno le sue capacità, assolutamente perfetta in No One's Like You, brano che da ex romantici ci ha fatto vibrare più di una corda. E se c'è un aspetto del concerto che ci ha fatto fare un doppio salto mortale carpiato, è stata la base alla Otis Redding dei fiati, quei tappeti sax/tromba/trombone che ci hanno riportato a These Arms of Mine e a I've Been Loving You.
Bello, eseguito alla perfezione, il brano che dà il titolo al disco, The Place Between Things, e quello che ha chiuso il concerto, un gioco pop dedicato al figlio di Emiliano D'Auria, Trokkien Pat.

Ottimo gruppo e, in attesa della Jano Ochestra, un lavoro destinato a far parlare di sé anche in alto.

Massimo Consorti

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