29/03/17

Le colline di Parigi. “MARE CALMO” Daniele Di Bonaventura /bandoneon, Giovanni Ceccarelli /piano per Rinascenze/InArt


 Se si esclude Montmartre, che recita da collina senza riuscirci, Parigi è piatta come un aeroporto. “E non è affatto romantica”. “Sono solo pietre messe insieme, molto bene” (G.Gennari). Eppure chi non vorrebbe viverci? Come Giovanni Ceccarelli, che ormai torna nelle sue Marche quasi solo per i concerti con l’amico Daniele Di Bonaventura: che, lui sì, si tiene stretta la sua Fermo con le belle colline a misura di bicicletta (e pure con le sue pietre messe insieme, neanche tanto bene dico io). Lui, se parte per Algeri - Cosenza  - Ivrea - Fusignano - San Benedetto…, lascia la bici sotto casa - pure aperta - per montarci al volo quando torna e via su e giù per colline.

        Dunque, una fusione tra le colline immaginarie/immaginate di Parigi e quelle vere nostre: ecco il “concerto” alla trattoria Da Rino al pontino (che non è teatro né auditorium, ma sta sospeso tra la ferrovia e il mare, calmo…).

        Due amici che dopo cena suonano per gli amici. L’ho detto che non siamo in un teatro né simili, quindi niente palcoscenico, l’amplificazione sembra da feste di compleanno, il piano non è uno Steinway ma un Maeari di Seoul tormentato da bambini in transito…
Il bandoneon invece è una vecchia conoscenza, antico il giusto, nero scorticato con gli angoli smussati e gli affettuosi intarsi di tulipanini in madreperla, i bottoni ingialliti e consumati, il mantice d’annata a 3 settori con gli angoli riverniciati d’argento… Una poesia a solo guardarlo.

        Ma la poesia vera arriva. E ci sorprende, perché mai l’aspetteresti in un posto come questo. Quando si dice l’abito che non fa il monaco. Sarebbe “il concerto della porta accanto”, se non si rivelasse quasi subito (dopo qualche rumore di pizzeria in chiusura) così intimo e grandioso pur senza grandiosità. Spontaneo e silenzioso, inventato e irripetibile. Senza virtuosismi né orpelli, senza acrobazie o effetti speciali, senza stucchevoli trionfalismi, enfasi, contrattuali inchini…

        La scaletta dei pezzi è una striscia - anzi due - di carta scritta come su un tovagliolo. Scegliete. Daniele (dopo qualche carezza) “entra” subito nel bandoneon: è il bandoneon che gli allarga le braccia, che con i suoi bottoni esitanti gli muove le dita, mentre lui respira con polmoni di carta vetrata, con ticchettii quasi di tosse, a soffi pensosi.  Escono note in nuvole, o di ruscello, che suonano anche nei silenzi, che prevedi prima che accadano, che senti anche dopo che se ne sono andate, che capisci ma non saprai raccontare.

        Mentre Giovanni è un pianista/non-pianista. Non stanca il piano, non lo sfrutta, non lo strapazza. Lui è “oltre” lo strumento. Prende dal Maeari quel poco che può dargli, anche meno, e ne fa oro. Me l’immagino anche con un estinto “Michelsonne Paris”- 37 ou 49 touches degli anni ’40/‘50, quel pianetto pour enfants a barrette metalliche d’acciaio dalla composizione segreta che facevano sognare e talvolta “producevano talenti”… 
Giovanni Ceccarelli “dipinge” da impressionista francese, esplora Namibie, evoca classicismi di Brasile quando omaggia Jobim con “Luisa”, e va concentrato e calmo (come il mare che anche quello a Pariginon c’è) su e giù per colline cittadine immaginarie - “pedalando” un piano dal “manubrio” a tasti - di fianco (o meglio dietro, come da Codice della Strada) al ciclista-bandoneista venuto da Fermo, ma freschissimo.

PGC

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