domenica 12 marzo 2017

Roma. Il Villaggio della musica e il Duo Scarlatti: Nicola Pignatiello e Daniele Sarcone – Chitarra



Che le trascrizioni di grandi brani musicali sia indispensabile farle bene non è un’ ovvietà: infatti Miguel Llobet e Ferdinando Carulli sono tra quei pochi (come Busoni, Liszt, Brahms, Schoenberg) che lavorando sullo spartito di un grande brano e “rileggendolo” secondo i propri paradigmi, lasciavano il piacere di percepirne in filigrana la tessitura, lo stile e l’emozionalità originari. Non è poco in un’epoca in cui, col pretesto delle contaminazioni, si passa dalla sinfonia 40 di Mozart rivisitata da Valdo de los Rios al Mahler remix di Fennesz, ampliando così la carreggiata, già vasta e sgangherata, del declino culturale di quest’epoca.
Un grazie, perciò, all’associazione “il Villaggio della Musica” che domenica 5 marzo ha proposto un programma incentrato sulle figure di questi due “arrangiatori”, e invitato ad eseguirli il Duo Scarlatti che “la rivista inglese Classical guitar ha definito come young talented, with such a verve and precision“(1).
Talento e - anche - coraggio nell’eseguire un repertorio chitarristico che, spesso snobbato nel ‘900 perché considerato tardo romantico, ha sempre mantenuto una sua particolare autonomia di altissimo profilo nel contesto musicale generale. Operazione davvero meritoria, dunque, consentire la fruizione delle sonorità dell’epoca - grazie all’uso delle corde di budello – in una musica a torto considerata minore (…sempre che si voglia considerare minore una “Recuerdos de la Alhambra” di Tarrega: liberi di farlo ma…)
Pacatezza e precisione le coordinate entro cui si sono mossi i due musicisti, in quell’atmosfera intima e avvolgente che un concerto da camera richiede. Rarità anche questa: oggi i concerti di musica da camera si tengono per centinaia di persone (pecunia non olet!).
La trascrizione di Llobet per la “Evocacion” di Albenitz (da Iberia) ha reso chiaro fin dalle prime battute che l’eleganza rarefatta del brano avrebbe richiesto proprio il sapiente equilibrio raggiunto dal Duo: limpidezza del fraseggio tra le parti, esattezza negli scambi di ruolo tra parte principale e accompagnamento, e nell’ alternanza stessa - sul singolo strumento - delle corde“tre di carne” e “tre d’argento”, come scriveva Garcia Lorca, “abbracciate da un Polifemo d’oro”.
Uguale esattezza esecutiva per le due romanze “ohne worte” di Mendelssohn “trascritte” (meglio sarebbe dire “ricomposte”) anch’esse da Llobet: accuratezza che ha reso palpabile l’aria sofisticata e colta del sofisticato e coltissimo compositore tedesco.
Carulli, Il secondo “arrangiatore”, non va considerato soltanto un virtuoso, ma anche “un vero rinnovatore della tecnica strumentale. Gli studi da lui compiuti all'inizio per ottenere il massimo delle possibilità espressive dalla chitarra, non solo gli permisero di primeggiare tra i chitarristi della sua epoca, ma servirono di base per la sua mirabile opera didattica (Metodo op. 27)” (2). Cimentarsi con le sue composizioni richiede preparazione di prim’ordine.
Nelle trascrizioni di Haydn (Sinf. 104 London), di Mozart (Andante e Rondò op.167) e di Beethoven (Andante Varié et Rondeau op. 26 n.12) appare ben visibile all’ascoltatore la sottesa filigrana dell’opera originaria: tuttavia il compositore di gran talento, col suo stile“legato ai modelli della scuola napoletana e con un impianto strutturale derivato dalla musica di “galanterie” – alla ricerca di sonorità che stimolino i cd. “affetti” (3) - modifica totalmente la percezione delle solenni note sinfoniche della 104 rendendole più “familiari” e tranquille. Ciò che accade anche con Mozart: pur rimanendo, il corpus, quello elegante e gioioso del genio di Salisburgo e del suo magico contrappunto, le chitarre vi aggiungono delicatezza e, perchè no, un vago sentore iberico, specie nel rimando di battute del rondò: girotondo che richiama alla mente la boda del L. Alonso.
Difficile, con Beethoven, avere margini ulteriori di elaborazione (ci può essere qualcosa oltre la perfezione?), eppure Carulli riesce ad adattare le sonorità beethoveniane allo strumento a corde, che asseconda il pacato svolgersi del movimento e i vivaci spunti successivi al tema iniziale, e ben riesce il Duo a mantenersi filologicamente corretto.
Con le Sonatine di Tansman del 1953 (?) da poco ritrovate, il Duo ci riporta nel ‘900 con una composizione “caleidoscopica” come il suo autore (che non a caso collaborò con Ravel, Bartók, Stravinsky, Prokofiev, Ellington): sembra quasi, infatti, che vengano suonati due brani completamente diversi eppure con la capacità di rappresentarsi come un unicum: la difficoltà la si può immaginare...e la bravura la si può sentire.
E’ affidata, la conclusione del programma, alle Sonatine di M.Castelnuovo Tedesco, il cui repertorio è inesauribile fonte di ispirazioni chitarristiche. "È la prima volta - disse A.Segovia - che trovo un musicista che capisce immediatamente come si scriva per la Chitarra!". E forse la bellezza di questi brani risiede proprio in un sentimento di rimpianto per un mondo musicale ormai passato e al quale il compositore sente di appartenere. La scioccamente scarsa frequentazione di questo autore si spiega con il quasi ostracismo decretato dalla musica “ideologizzata” del novecento (piaga del secolo breve) della scuola di Vienna e di Darmstadt.
Suggestiva intuizione, dunque, quella del Duo Scarlatti di accostare questo autore “vero gentiluomo, magnifico compositore e amico della chitarra” [Ricorderò sempre il suo spirito dolce, la sua gentilezza e la sua generosità (4 ) scrive Ch.Parkening] ai “tardo romantici”; ne è scaturito un concerto fedele alla propria ispirazione etimologica di consertum e perciò di intreccio, dialogo e, se necessario...litigio.

Francesco Di Giuseppe

(1) Dal programma di sala
(2) Dizionario biografico - Treccani
(3) rev. Robert Gjerdingen, Music in the Galant Style
(4) Christopher Parkening "Il menestrello di Dio", Seicorde n. 66, gennaio-marzo 2001, p. 12.

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