giovedì 9 marzo 2017

"Il Napoli ha segnato". L' "Urlo" di Allen Ginsberg, di e con Vincenzo Di Bonaventura


       Ore 21.25, il Napoli ha segnato contro il Real Madrid, e il goal atterra inutilmente dagli smartphone sui velluti ovattati del Teatro, cattura distratte attenzioni come uno sconosciuto imbucato alla festa.
Lo sguardo dell’esigua platea è altrove, alla gestualità ipnotica dell’attore solista che con mani chirurgiche regola il personale apparato di “ingegneria audiofonica” in questo “teatro delle meraviglie vuoto”.  
E presto è silenzio in sala.
         Sul palco, architettura minimalista studiata in jazz. Un cubo nero, un poliedro bianco, una sagoma che forse è uno xilofono in sonno sotto coperta, un leggio a groviera, due microfoni, quello più basso che sembra aspettare un sax. Intorno immagini un’orchestra blues di Chicago, una band.
         Poi c’è il fido djembe e lui, Vincenzo, che a tratti fa pure la voce “nera” e il sax baritono. E immagini il sassofono di Charlie Parker ad accompagnare quest’Urlo psichedelico all’indirizzo di quell’America ossessionata e maccartista; e immagini Ray Charles urlo di blues cieco al giradischi piangere il Kaddish per Naomi morta, la madre morta, “un tempo Naomi dalle lunghe trecce della Bibbia”.
         Perché ascoltare Ginsberg è anche immersione nel jazz - il bebop anni '50 - “lunghi versi come ritornelli di sassofono di cui sapevo che Kerouac avrebbe udito il suono”: poesia che ha nell’ascolto la sua vera dimensione ed è - come il verso lungo, il long line di W.Whitman, modello prosodico costante per Ginsberg - scrittura destinata all’orecchio più che all’occhio, verso “misurato sulla durata del respiro fisico” (L. Fontana).
         Da quel “Six Gallery Reading” dell’ottobre 1955 in Filmore Street a San Francisco, il verso di Ginsberg urla ancora fino a noi la disperazione visionaria di un poema che “contiene moltitudini”, inferno abbagliante di routine e gesti di ogni giorno; brulichio di dannati “che il cervello spogliavano al cielo sotto l’Elevata”, che “si purgatoriavano il torace” con incubi a occhi aperti; che “creavan grandi drammi suicidari” o “che eran tirati sotto dai taxi sbronzi della Realtà assoluta”.
         Straziante vorticare di umanità fissato con occhio pietoso e asciutto, specchio possente di destini collettivi e singoli che un’angusta visuale ha a lungo etichettato alla voce “poesia di protesta”.
         Poesia che è invece universale e autobiografica, “atto di simpatia, non di rifiuto” scrive lo stesso Ginsberg, poesia nella quale permette a se stesso di seguire i propri “istinti del cuore”, di rivelare l’identificazione empatica con “l’individuo rifiutato, mistico, perfino pazzo”.
         Universo brulicante di presenze, conversazioni, follie, lungo il quale s’intrecciano destini. Come quello di Carl Solomon cui è dedicato il poema, amico segnato dalla malattia psichica, ebreo come la madre Naomi, come lei in manicomio (“Son con te a Rokland dove sei più matto di me, dove imiti l’ombra di mia madre, dove ridi di invisibile umorismo, dove cinquanta e più shock non faran mai tornare la tua anima al suo corpo dal pellegrinaggio verso una croce nel vuoto”).
         Ed è poesia intimista, su cui aleggia la scapestrata vitalità di Neil Cassady incorrisposto giovanile amore, “eroe segreto di queste poesie, Adone di Denver”. E’ poesia corale: vi conversano gli amici, “battaglione perso di conversatori platonici […] sussurrando fatti e memorie e aneddoti e sballi ottici e shock d’ospedali e galere e guerre”, sognatori in incessante rincorrersi e fuggire, “che guidavano da costa a costa settantadue ore per scoprire se io avevo avuto una visione o tu avevi avuto una visione o lui una per scoprire l’Eternità”.
      E’ poesia del “dormiveglia febbrile fra il dentro e il fuori di un corpo” (F.Colombo), dove morte e vita si fondono, vicendevolmente contaminandosi in abbaglianti narrazioni di angosce e sogni, viaggi e incubi, felicità e suicidi.
         E’ poesia della città-mostro che nell’allucinazione indotta dal peyote ricrea alla visione del poeta la divinità antica e diviene Moloch:”incomprensibile prigione”, “sfinge di cemento e alluminio […] la cui mente è pura macchina, il cui sangue è denaro corrente, le cui dita son dieci eserciti, il cui petto è una dinamo cannibale”. Ciminiere e antenne, petrolio e pietra, elettricità e banche, fabbriche che gracchiano nella nebbia…
         Ma il mostro è anche il “Moloch in cui sogno Angeli”: perché l’approdo è insaziato bisogno d’amore e offerta d’amore per tutti gli “orrendi angeli umani”, per ogni vita che è stata vita, capolavoro anonimo e potente; perché “ogni cosa è santa”, e sante sono ”le solitudini dei grattacieli e delle strade”, santa è “la solitaria forza che tutto schiaccia”, santi “i pazzi pastori di ribellione”, e i nostri corpi, e i sofferenti, santa mia madre in manicomio...
Perché, scriverà altrove, il peso del mondo è amore, “sia matto o gelido / ossesso d’angeli o macchine / il desiderio finale / è amore”.
         Ed è poesia dell’amore struggente e rabbioso per la madre (“ho lasciato Naomi alle Parche nella casa di spettri di Lakewood - tutti i violini rotti - il cuore dolorante tra le costole - la mente vuota”).
Per lei è il Kaddish pensato nel chiaro mezzogiorno invernale di tre anni dopo “per la strada assolata al Greenwich Village, downtown Manhattan”. Per lei, morta in manicomio e di manicomio, il poeta dipana all’indietro il ricordo e “in sogno la vita, il Tuo tempo e il mio che accelera verso l’Apocalisse”.
         Ebrea di Russia, venuta dall’Orrore bellico nell’America dai pomodori velenosi, cui la follia genera visioni di Hitler annidato ovunque anche nelle fattezze di Elanor, la sorella dal cuore artritico, “andata prima di te, la Morte v’ha uccise tutte e due, voi due sorelle nella morte”.
         Memoria di lei che gli balza incontro ovunque, fra gli edifici alti come il cielo e “il  cielo là sopra - un vecchio posto blu”. Malmenata nel cuore, mente lasciata indietro. Naomi coi suoi occhi di Russia, i lunghi capelli neri coronati di fiori, il mandolino sulle ginocchia, Naomi con la sua paura di Hitler, i 50 shock elettrici più quelli insulinici e “i tre grossi bastoni su per la schiena, mi han fatto qualcosa all’ospedale, tre grossi bastoni, tre grossi bastoni”. Naomi che ”si era ristretta nelle ossa”, coi suoi occhi di lobotomia, coi suoi occhi, coi suoi occhi, sola.
          Naomi che “non aver paura di me solo perchè torno dal manicomio  - sono tua madre”.
“Ecco, riposa. Non c’è più soffrire per te. Lo so dove sei andata, si sta bene”.               “Spòsati, Allen, non prender droghe. La chiave è tra le sbarre, nella luce del sole alla finestra. Io ho la chiave”: è l’ultima lettera di lei, ricevuta due giorni dopo che è morta, quando il sole è calato su Long Island. “Con amore, tua madre, che è Naomi”.
            CRA CRA CRA di corvi per djembe e voce sola, l’attore è adesso voce e sassofono piangente, è Summertime fatto con la bocca, è inno a un dio assente, “Dio Signore Iddio CRA CRA CRA Dio Signore Iddio CRA CRA CRA Signore”.

Sara Di Giuseppe

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