sabato 18 marzo 2017

La stagione del CottonJazzClub di Ascoli Piceno. Eddie Henderson. Una stella e tre pianeti


C'è una linea di continuità nelle scelte musicali di Emiliano D'Auria, direttore artistico del Cotton Jazz Club, ed è quella della raffinatezza che segna indelebilmente questa stagione di concerti 2016/17.
Ne abbiamo scritto e continueremo e farlo perché raramente si assiste a tanto buon (ottimo in qualche caso) Jazz nella landa desolata del Piceno, una terra che non vive di respiri a lungo termine ma di sussulti, di occasioni e non di un progetto culturale che abbia un senso compiuto.
Il Cotton Lab, un vero, solido, reale laboratorio di musica è uno di questi sussurri, un progetto realizzato, un punto di riferimento che ancora in molti ignorano colpevolmente. I suoi locali trasudano passione, quella passione quasi sacra che non consente di proporre mediocrità perché l'orecchio è avvezzo al meglio e il meglio, come dimostra il Cotton Club, c'è e si può proporre.
Il concerto di Eddie Henderson con Piero Odorici al sax tenore, Willie Jones III alla batteria e Mark Abrams al contrabbasso, ne è stato, qualora fosse necessario, la riprova.



Parliamo delle vette del Jazz contemporaneo e non di una compagnia di buontemponi che si diverte un po' a improvvisare e un po' a swingare travolti dal ritmo e dall'alcol. Parliamo di quel fenomenale “Black-Jazz” che parte da radici storiche consolidate per andare a sfociare dove la creatività vuole e la fantasia non trova barriere insuperabili.
Il Quartet di Eddie Henderson ha basi solidissime, tre musicisti solisti che si fondono quando serve e quando il brano che stanno eseguendo lo richiede. Il repertorio è vastissimo e nei due set proposti, lo si apprezza al meglio visto che nulla è lasciato al caso.
Eddie Henderson ha la cultura Jazz nel suo dna. E se un bambino ha la fortuna di avere il padre (ce lo dicono le note biografiche del musicista) che canta nel gruppo gospel dei Charioteers, la madre ballerina al Cotton Club di New York dove si esibiscono Billie Holiday, Lena Horne e Sarah Vaughan, un patrigno medico che ha in cura Count Basie e Duke Ellington, il primo insegnante di tromba Louis Armstrong e mentore Miles Davis, si capisce che non solo la vita, ma anche la carriera è segnata. Se poi durante il concerto, sfodera Phantom di Kenny Baron, First Light di Freddie Hubbard e El Gaucho di Wayne Shorter (gigante in questa esecuzione Piero Odorici), la serata è fatta e il Jazz servito a tavola.



Due fiati, quelli di Eddie Henderson e di Piero Odorici, che si fondono alla perfezione e se il sax tenore italiano spesso agisce da contrappunto, Henderson ricambia con quella generosità, simpatia-empatia con il pubblico che hanno solo i grandi, sottolineandone passaggi e svisate. Quando duettano si ascolta una cascata di note mai gratuite e sempre, costantemente funzionali allo standard che stanno eseguendo: grande Jazz e grandissimi musicisti.
C'è da aggiungere che Willie Jones III è un drummer che trova nello swing la sua migliore dimensione e che Mark Abrams, chiamato a sostituire Daryl Hall all'ultimo momento, si è dimostrato un contrabbasso all'altezza anche se guidato silenziosamente da un Piero Odorici che ci ha lasciato, è il caso di dirlo, senza fiato.
Finale, prima del richiestissimo bis, all'insegna della musica e delle atmosfere di Herbie Hancock e non poteva essere diversamente. Di Hancock, Henderson è stato fedele e straordinario collaboratore fin dagli anni '70, e con lui ha contribuito in maniera decisiva al passaggio dal Jazz al Jazz-Rock.
Il 31 marzo ci aspetta Tony Momrelle, alcuni lo definiscono lo Stevie Wonder del XXI Secolo, altra stella di prima grandezza, altro giro, altra corsa con arrivo assicurato.

Massimo Consorti 

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