18/12/16

Vincenzo Di Bonaventura e "Il treno" di Nazim Hikmet. La motivazione


     Quando uno dei circa 10 (dieci!) spettatori [la cultura a Grottammare è molto partecipata, mica come i sanmartini e i presepi e i mercati e le sagre che non ci va nessuno] gli chiede cos’è che gli fa ricordare a memoria ogni singolo verso di tutti i poderosi lavori che mette in scena, il nostro Di Bonaventura attore-solista risponde narrando di quel suo antico compagno di scuola, negato perso per le lingue e rimandato in Inglese a ottobre (era il secolo scorso, funzionava così), che stese il prof all’esame con un perfetto, oxfordiano english: s’era innamorato, nell’estate, di una bella suddita di Elisabetta seconda, e ciò che non potè la testa potè la MOTIVAZIONE.
        Vincenzo e il suo djembe  cantano oggi Hikmet, che di motivazione alla vita ne ebbe da vendere e “nel battere faticoso del suo cuore” mai rinunciò alla poesia, e né esilio né carcere né tortura né solitudine vinsero “l’immensa speranza, l’immensa gioia di vivere, di creare” di cui scrive a Joyce Lussu appena due anni prima di morire.
        Non ci si può saziare del mondo / Mehmet / non ci si può saziare; il figlio da cui il destino e “gli aguzzini tra noi” lo separeranno per sempre riceve il lascito della più intensa delle dichiarazioni d’amore: per la sua terra, per il suo popolo, per la vita, per l’uomo.
Senti innanzi tutto la tristezza dell’uomo: questo raccomanda a Mehmet, figlio dagli occhi vasti come quelli di tua madre, Münevvér, che sarà bella anche all’età delle nonne / come il primo giorno che l’ho vista  / quando avevo diciassette anni.
        Questo poeta va amato, poeta d’amore e poeta di guerra, perchè noi siamo eredi di guerre, siamo la sentinella alle porte di Madrid, siamo il milite ignoto, siamo il soldato - nonno di Vincenzo - disperso in Macedonia, questo dice l’attore-solista e sembra più inseguire i suoi pensieri che parlare a noialtri. Perché la poesia di Hikmet produce questo transfert, ti penetrano il vigore della sua naturalezza, la fiducia nel vivere; ti cattura la profondità del suo verso colto intriso di metri antichi e nuovissimi; non lascia scampo la forza del suo impegno.
        E tutto è poesia civile in Hikmet: anche i versi d’amore che intellettuali e ceti dominanti scioccamente tentarono di separare dalla sua vita di militante, dalla sua fermezza rivoluzionaria, dalla lucida coscienza di classe (vi nutrono di menzogne / mentre affamati / avete bisogno di pane e carne), dal suo slancio solidale (Il mio cuore batte con la stella più lontana).
        Poesia e vita così intimamente fuse in lui che mai potè cessare di scrivere versi, e dalla cella dove anche la scrittura è proibita affidava i versi alla madre, che li imparasse a memoria, perché (O uomini, uomini miei!) le vostre mani non restino cieche come l’oscurità.  
       “Penso che la poesia debba essere soprattutto utile - dice - detesto non solo le celle della prigione ma anche quelle dell’arte, dove si sta in pochi o da soli”.
         Per questo deve sparire, non importa come: con la tortura, con la prigione, con due tentativi governativi d’assassinarlo investendolo per strada (è l’amica Simone de Beauvoir a raccoglierne la testimonianza), arruolandolo forzatamente nell’esercito e spedendolo (ma fuggirà prima) al fronte con la Russia lui cinquantenne e cardiopatico; vietandone la circolazione delle opere, spazzandone via l’intero poema epico “Paesaggi umani della mia terra” - oltre settantamila versi - scritto in prigione…
        Ferocia di un potere, di tutti i poteri che uniscono la stupidità alla forza. Nella mia Turchia / nella mia lingua turca / sono proibite”, ma le sue poesie - hanno scritto - sembravano aggirarsi per la Turchia e per l’intera Europa sospinte sulle ali del vento, ne trovarono nelle tasche dei combattenti per la repubblica in Spagna, perfino Ataturk suo persecutore di sempre ordinava che gli fossero lette.
      Questo prigioniero minacciato per anni d’impiccagione, questo poeta che non ha mai trovato un editore del suo paese, ha vissuto come un uomo libero (J.Lussu), a dispetto di chi cercava d’annientarlo fisicamente e psicologicamente; ha resistito alla tortura cantando, racconta Pablo Neruda: “Ha cantato tutte le canzoni, tutti i poemi d’amore che riesce a ricordare, i suoi stessi versi, gli inni di battaglia della gente comune, ha cantato qualsiasi cosa la sua mente ricordasse. E così ha vinto i sui torturatori”.
        Perennemente esiliato, per la Russia che diverrà sua seconda patria sente “un amore e un’ammirazione cento volte più forti”, scoprendovi “una carestia cento volte più terribile e delle cimici cento volte più feroci e una lotta contro tutto un mondo cento volte più potente”; e sarà la Russia di Majakovskij, di Esenin, di Pasternak, che conoscerà e che lo ameranno; e quella di Lenin, “il padre grande e favoloso” accanto alla cui salma monterà la guardia, immobile, il 22 gennaio del 1924.
        La voce dell’attore-solista e del suo djembe canta stasera le tappe dell’esilio infinito e dell’infinita nostalgia - come ferita che non rimargina nella mia carne - “lontano dalle mie canzoni / lontano dal mio sale e dal mio pane”: Praga incisa su una coppa di vetro / incisa con un diamante;Madrid davanti alla sentinella muta Chi sei /come ti chiami / quanti anni hai? - I tuoi piedi nudi, / là, alle porte di Madrid, / come due bimbi / gelano al vento - ; Parigi prima che bruci Finchè ancora tempo, finchè il mio cuore è sul suo ramoBerlino Anche se oggi a Berlino sono sul punto di crepar di tristezza / posso dire di aver vissuto / da uomo…; Varsavia E poi ho capito che da lunghi anni stavo in quel treno….
        Cantano, Di Bonaventura e il suo djembe, quel “Concerto in Re minore n.1 di J.S.Bach” e la meraviglia della vita che continuamente si rinnova - rinnovamento dei miei giorni / simili gli uni agli altri / differenti gli uni dagli altri… Il miracolo del rinnovamento, mio cuore / è il non ripetersi del ripetersi.
        Ci congediamo da questa serata certamente più ricchi, forse meno feroci se dentro ci resta il verso di questo poeta “cavaliere dell’eterna gioventù, cavaliere invincibile degli assetati”, come il suo “Don Chisciotte” in lotta contro i giganti assurdi e abbietti del mondo perché è necessario battersi, quando si è presi da questa passione / e il cuore ha un peso rispettabile.

        Non possiamo rinunciare a portar via con noi un souvenir dell’incontro, la foto di un pregiato reperto sul leggio dell’attore-solista: quel “Poesie di Nazim Hikmet, Ispirazione lirica e passione civile di uno dei più grandi poeti rivoluzionari del Novecento”, introduzione di Joyce Lussu, edizione Newton Poesia. Lire tremilanovecento.

non ho paura di morire
       ma morire mi secca
è una questione d’amor proprio.
(N.H.)

Sara Di Giuseppe

Nessun commento:

Posta un commento