giovedì 1 dicembre 2016

"Per fame, per passione". Vincenzo Di Bonaventura e Gregari, il monologo di Matteo Bacchini


     Le premesse ci vogliono, esordisce Di Bonaventura attore-solista. Specie per questo originalissimo “Gregari” e - rifletto - per chi come me usa la bici solo come affettuoso domestico arnese da carico, per il combattimento quotidiano.
       Perchè Matteo Bacchini da Parma – scrittore e autore teatrale pluripremiato, tradotto e rappresentato oltreconfine, ma anche bracciante disoccupato che stagionalmente raccoglie pomodori (li pummadòrenell’abruzzese di Vincenzo) - in questo “monologo a più voci” disegna un ciclismo a suo modo epico, sicuramente estinto. Quello dei Giri d’Italia in cui le bici non erano astronavi e i ciclisti non vestivano come alieni, in cui per cambiare marcia si toglieva e rimontava al contrario la ruota posteriore e i rapporti erano solo due e il doping degli atleti era una “cicaronata” di caffè per “rinforzino”; e intorno quelle pubblicità “primitive”, Cucine Scic, Molteni ecc. 
Gli anni Quaranta e Cinquanta, insomma. E Fausto Coppi. E i gregari, con il compito di “gestire il vento” perché i campioni, che in pianura non stavano mai davanti, potessero risparmiare energia.
       Alla premessa appartengono anche i filmati dell’Istituto Luce sul fondo (immagini introvabili, in sgranato bianco/nero, stasera senz’audio: i funerali di Coppi nel ’60, le tappe, i trionfi, le pose di gruppo) e il ricordo di quelle figure - i gregari - che tali erano spesso per fame, per mestiere che diventava passione, in un’Italia povera e coraggiosa che somiglia così poco alla nostra di oggi arcigna e triste, senza eroi e affollata di cupe marionette. 
     Ricorre, il tema della fame: anche stasera dopo Canale Mussolini e quei Pedruzzi di Codigoro che “Siamo venuti giù per la fame. E perché se no?”; e le biciclette anche lì, due: pesanti e i copertoni consumati, dello zio Pericle e dello zio Temistocle che ci hanno messo cinque o sei giorni e “una pedalata appresso all’altra sono arrivati a Roma[…] mica come il Giro d’Italia adesso […] a sessanta all’ora di media con l’eritropoietina”. 


     Unico arredo di scena, stasera, la vecchia ancor valida COLUMBUS modificata da 13 chili di Vincenzo: accompagna l’attore nel suo calarsi dentro la memoria dell’ex gregario che oggi allena ragazzi indisciplinati (…scarica il 16, alè, alè, Martinez, ‘sti spagnoli sono terribili..) e tra un urlaccio e l’altro riprende il filo del discorso (dov’è la telecamera? ah sì…). Fluisce il ricordo del gregario al tramonto e voci e immagini s’incrociano da ogni dove, storie di speranze e fatiche, storie dissacranti e generose, di sconfitte e grandezze. Storie tragiche. Sul Mont Ventoux senza pietà, pelato e col sole a picco, e gli stranieri avanti a forza di eritropoietina e noi italiani niente, proprio niente… (mica come oggi drogati in maniera “cosmogonica”) e Simpson che spinge da matti col “50” e sorpassa e cade, è morto, el cor s’è s-cioppa’… Inglese era inglese, ma boia d’un mondo lo diceva in italiano, el gaveai cavei giai e gli ochi ciari, ed è morto. 
       E le ispirate cronache di Carosio, sugli atleti in piedi sui pedali senza toccare sella come angeli: macchè, Carosio, è solo “mal de ciapp”! E il Barigazzi, con quella dissenteria da overdose di ciliegie, che lo si dovette coprire con una mantella perché non si notasse niente. E l’allenatore cieco ("ma solo dagli occhi”), il Cavanna, massaggiatore di Coppi - a prima “vista” ne capì la forza - che pare guardarci dalle foto sbiadite dietro gli spessi occhiali neri.
       E gli “angeli di Coppi”: storie di gregari, gente per bene e valorosi sportivi, storie di lealtà e di modestia, di amicizia. Carrea dal naso grande come un campanile, che al Tour del ’52 non s’accorge d’aver vinto la maglia gialla e se ne torna in hotel, dove lo ripesca un gendarme per portarlo alla premiazione, e che a Coppi dice “Questa maglia non mi spetta”; e che dopo il ritiro ha sempre scalato in solitaria, quasi mai riconosciuto, l’Alpe d’Huez - “un pellegrinaggio”- poco prima di ogni Tour; Gismondi testimone di nozze e fedelissimo al suo capitano (“cosa vale aver corso bene se a Fausto è andata male?”); Ettore Milano al quale Coppi negli ultimi istanti d’agonia chiede “dammi un po’ d’aria”. 
       E Coppi, soprattutto, all’inizio gregario anche lui, di Bartali, per 700 lire al mese: “l’airone”, perché proprio un airone sembrava, quel suo torace a punta, le gambe lunghe fino a qua, quando si alzava sulla sella. 
       Il primo Giro vinto a 21 anni nemmeno, due anni dopo il record dell’ora - 48 di media - al velodromo Vigorelli di Milano e subito la partenza per la guerra in Africa (dove si allenava in caserma); il suo mito che cresce, la sua storia che diventa leggenda, Giro e Tour vinti nello stesso anno; le vittorie e le tragedie (la morte in corsa del fratello Serse); le cadute e le fratture in quella macchina perfetta e fragile che era il suo fisico; la voglia di tornare a casa e il rialzarsi, le sfide con Bartali a cui regala il televisore per il compleanno; l’indimenticabile sfida allo Stelvio col favorito, l’azzimato svizzero Koblet (e il gregario che fa la spola avanti e indietro a “spiare”: Koblet ha le occhiaievaiKoblet sta sudando, vai, vai!). 
     Poi le vicende private che diventano pubbliche, lo scandalo, la ferocia di un’Italia pretigna e democristiana, truce e  moralista che lo condanna e lo sbrana, e quel “tramonto così lento da sembrare eterno”. Il viaggio in Africa, infine, dal quale torna malato; lui così fuori dal comune, con 38 battiti al minuto e la capacità polmonare di 7 litri e mezzo, “morto di respiro”: di malaria mal curata, e mentre Geminiani in Francia guarisce (ma col chinino) della stessa malattia e il fratello di lui invano telefona ai medici di quaggiù perché lo curino così e così, Coppi muore alle 8.45 di quel 2 gennaio all’ospedale di Tortona. E quella cartolina Saluti. Fausto che arriva la settimana dopo. “Il grande airone ha chiuso le ali”, scriveva Orio Vergani sulla Gazzetta dello Sport, e cinquantamila persone lo accompagnavano sgomente nell’ultimo saluto, a Castellania. Aveva 40 anni.
      Circa mille parole fin qua per raccontare qualcosa di questa sera preziosa, faticosa e sudata per il nostro Di Bonaventura nonostante il freddo. Pensare che loro, gregari e campioni, ne facevano pure mille, ma di chilometri, in neanche tre giorni.

Sara Di Giuseppe

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