sabato 19 novembre 2016

Paolo Di Sabatino e Ben Dover al CottonLab. Il Rodhes sta al Nord come l'Hammond alla Farfisa


Serata particolare, questa organizzata dal Cotton Lab nel suo “ridotto”. Particolare perché a noi riascoltare la timbrica particolarissima del mitico “Rhodes” della Fender piace da matti e perché, l'esperimento di Paolo Di Sabatino con il fratello Luca (Ben Dover), esperto, fautore, produttore ed esecutore di musica elettronica ci intriga. Immaginiamo, in chiave Jazz, quello che altri musicisti, dai Van der Graaf Generator ai Popul Vuh, hanno dato al Rock contaminandolo con la musica elettronica. Un esperimento alto, insomma, in grado di offrire una chiave di volta all'asfittico panorama musicale italiano contemporaneo. Ci sono dei momenti, quando andiamo ad ascoltare un concerto, che il bagaglio delle ore trascorse in compagnia della musica torna prepotentemente a galla, e i riferimenti storici e stilistici diventano inevitabili. Sarà che nella vita abbiamo cercato di non farci mai mancare nulla dal punto di vista delle novità, ma oggi, delle eclettiche contaminazioni di qualche tempo fa, sentiamo funebremente la mancanza.
L'impatto con la presentazione di “Orbits” non è stato dei migliori. Al posto del Rhodes c'era uno Stage della Nord e questo già, ci ha leggermente indispettito. Volendo fare un paragone, sempre relativo alle tastiere, è come se a Brian Auger o a Keith Emerson avessero messo davanti un Farfisa invece dell'Hammond, Leslie compreso. Non è solo una questione di suono, di sound, ma soprattutto di impatto emotivo con uno stumento, il Rhodes, che ha fatto la storia delle tastiere soprattutto nel rock e nel pop.


Che nulla di tutto questo sarebbe stato, lo abbiamo intuito già dall'inizio, dalla presentazione della serata da parte di Emiliano D'Auria, direttore artistico del CottonJazzClub. Senza aver ascoltato una sola nota, non appena abbiamo sentito parlare di “cassa dritta” (il cuore pulsante della musica House), ci siamo guardati intorno come se fossimo stati colti da un attacco improvviso di prurigine acuta. Ci siamo rilassati un attimo ripensando alla bravura di Paolo Di Sabatino, dicendoci: non è possibile. Ma poi i fatti, nonostante contaminazioni “alte” come il Jazz, la Sudamericana e la Classica, non ci hanno riconciliato con il progetto “Orbits”. E per un po' abbiamo vagato andando alla ricerca del cuore/senso del progetto, in poche parole ce l'abbiamo messa tutta ma, l'operazione in sé, non ci ha entusiasmato. Siamo andati alla ricerca allora, di altro, di punti di riferimento, di attracchi possibili di una nave con il timone in avaria. C'è tornata in mente la produzione della storica Motown, quella di Stevie Wonder, delle Supremes, dei Temptations ma anche di Marvin Gaye e qualche riferimento lo abbiamo trovato. Abbiamo scavato nei nostri ricordi Soul, e pure in questo caso qualche risultato lo abbiamo raggiunto. Siamo passati quindi attraverso il Sound of Philadelphia, i MSOB e The Three Degrees, sfiorando perfino i Jackson Five, ma qui ci siamo impantanati. 


Le dita di Paolo Di Sabatino hanno continuato a volteggiare da par loro sulla tastiera del Nord, modello Stage, mentre Luca (Ben Dover), ha cercato in tutti i modi di fornire un tappeto elettronico il meno piatto possibile all'abilità riconosciuta del fratello, però non sempre riuscendoci. Difficile, anzi difficilissimo, costruire un brano non avendo praticamente varianti alle due armonie di base elettroniche.
Nessun commento invece sul video che ha concluso la serata “promozionale” di Orbits. Onestamente, dopo essere usciti lo avevamo già dimenticato.

Massimo Consorti

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