sabato 12 novembre 2016

Jeremy Pelt Quintet. È il Jazz, bellezza senza bicicletta


Cerchiamo di metterci d'accordo sui termini, altrimenti corriamo il rischio di non capirci. Dotiamoci di un codice linguistico-musicale condiviso, sennò ognuno sfarfalla come meglio crede. Il Jazz è il Jazz e, nonostante tutte le semplificazioni che ci piace fare per inquadrarne generi e tendenze, resta la musica regina dell'improvvisazione: dato un mood, ognuno contribuisce ad arricchirlo per come può e soprattutto, per come sa. Onestamente, sinceramente, con il cuore in mano, diciamo senza usare metafore distorsive, che il Jazz degli standard e degli schemi prefissati ci ha cordialmente (mica tanto) annoiato. Vecchio e ripetitivo, quel tipo di musica nel quale o emerge la linea melodica o non vale nulla, sta alla creatività come lo stilo alla bic, un salto nel tempo di svariate decine di anni, forse qualche secolo. Cos'era il Jazz fino a qualche anno fa? Uno schema, fisso, immobile, ripetitivo fino all'ossessione. Lo traduciamo? Bene. Pianoforte, sax o tromba, contrabbasso, batteria, per ricominciare subitaneamente, con batteria, contrabbasso, sax o tromba, pianoforte con relativi assoli di qualche minuto, tanto per far respirare gli altri. E mentre in America il Jazz compiva passi da gigante, in Europa e in Italia, si continuava sempre e per sempre, con quello che avevamo imparato ascoltando dischi o qualche concerto nei pochi locali “illuminati”. Se non si capisce che oggi una qualsiasi band che si possa definire tale, è composta da solisti e non da accompagnatori, si comprende benissimo perché il Jazz proposto da Jeremy Pelt e dal suo quartetto, ha esaltato pochi e deluso molti altri. Perché un tipo di musica che non si presta a tutte le orecchie abituate a Fedez, può anche annoiare fino al sonno che arriva violento e fa fuggire alla fine della prima parte del concerto. Questo Jazz è un diesel, per viaggiare veloce occorre che il motore si scaldi, bisogna ascoltare e vedere i musicisti fare la propria parte e, se qualcuno ha avuto la fortuna di suonare uno strumento musicale, cogliere quegli aspetti che ai più è negato: vietato insomma l'ingresso ai suonatori di campanelli, citofoni e clacson.


Jeremy Pelt è un trombettista di levatura mondiale, non lo diciamo noi ma chi ne sa molto di più. È stato ed è, negli ultimi cinque anni, la “Rising Star” di Downbeat Magazine, nonché concertista di fama con Frank Wess, Ravi Coltrane, Frank Foster e tanti altri. Parliamo di calibri e non di mezze calzette. Suona una Harrelson nera, modello Summit, che gli hanno cucito addosso, fatta su misura per lui e si sente. Pelt non indulge in vibrati, evita accuratamente di scaldare i cuori profondendo note secche e decise, più da trombettiere dell'esercito americano che da jazzista ruffiano. Non ha nessuna voglia di giganteggiare anche se in qualche momento, la tendenza al virtuosismo è lapalissiana. Capisce perfettamente di essere circondato da solisti altrettanto bravi (altro che “quattro ragazzotti presi a scuola”), e si mette al servizio della musica pur dandole il suo stile. In First Touch ci ha letteralmente rapiti, non sapevamo dove sistemare le terga sulla sedia né dove guardare, perché gli altri quattro si esibivano mostrando non solo le capacità strumentali, ma anche una grandissima raffinatezza. 


Victor Gould (cognome impegnativo da sopportare), suona il pianoforte guardando sempre lo spartito. Quando ci siamo resi conto che, soprattutto uno, riportava due righe di pentagramma e lui suonava ininterrottamente da dieci minuti, tutto è stato chiaro. Non ci ha convinto nella prima parte del concerto, ma nella seconda, seguendone le dita, ci siamo resi conto della sua bravura e del viaggiare sulla tastiera senza stereotipi e schemi devianti. Jonathan Barber, il drummer, il batterista, è un ragazzino. Sembra essere uscito direttamente dalla Berklee School di Boston (forse per questo il “ragazzotto” di cui sopra ascoltato da uno spettatore), invece è un batterista conscio del suo valore, della sua potenza, dell'estrema abilità e agilità che ne contraddistingue i movimenti. Qualche assolo in più ma strameritato. Vorremmo segnalare l'uso delle spazzole in First Touch, qualche batterista nostrano ha impiegato anni per usarle nello stesso modo. Jacqueline Acevedo è la percussionista colombiana del gruppo, la ricchezza aggiunta, il surplus musicale della band. Il suo è un lavoro instancabile di cesello, di intrusioni studiate e mentalmente pianificate, di quei tocchi che nell'economia di un brano Jazz, rappresentano non una riempitura ma un completamento. Non c'è Vicente Archer, il contrabbassista di colore è stato sostituito da un bianco, tanto che, quando i musicisti sono entrati in scena, non ci riportavano i conti e lo avevamo scambiato per l'occhialuto manager della band. Invece, Joshua Ginsbourg, si è rivelato un bassista di gran valore fino a comporre, con la batteria e le percussioni, una base ritmica di prim'ordine, aspetto che in Cry Freedom è emerso in tutta la sua virulenza.
D'accordo sul codice linguistico-musicale, aggiungiamo che la grandezza del Jazz è un dato di fatto. Peccato per chi, nonostante l'esecuzione pressoché perfetta, si sia lasciato andare al sonno ristoratore. Il Cotton Jazz Club di Ascoli Piceno, in questo caso, non rimborsa i biglietti.

Massimo Consorti

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