lunedì 14 novembre 2016

Nero di tromba. Ripensando il Jeremy Pelt Quintet al Cotton Lab


Gustosissimo jazz, quello del Jeremy Pelt Quintet, anche se alle dieci di sera lo scelto pubblico del Cotton Lab ha già cenato. Concerto al “Nero di Tromba”, appetitoso e speciale. Sarà Jazz Jazz: note sghembe, invenzioni senza rete, musica senza telaio e senza muffa.

       Protagonista la tromba tutta nera di Pelt, e lui che la "lavora" è uno chef stellato: ne estrae un suono essenziale, avaro, carico solo di aria e di anima. La tromba nera, senza riflessi, di notte invisibile. Dà soggezione. Sarà di vetroresina, di nylon, di criptonite, bah, con quel curioso opaco bocchino a tronco di cono.

       Chi suona la tromba suda anche parecchio, si sa, altrimenti suonerebbe l’arpa, ma Pelt di più: è che la sua tromba nera esige la massima energia pure quando riposa. Cattura luce e  pensieri, colora senza enfasi, riempie senza strafare, accarezza con unghie pronte. Sarà per la sua geometria artigianale, per quell’arco di tubo esterno divenuto parabola…


       E c’è Victor Gould il pianista. Con quel cognome. Appartato, impassibile, avvitato al piano, gli occhi fissi su un punto dello spartito. Scenografico l’aspetto, avrebbe davvero il fisico dello chef del “nero di tromba”…Quietamente, infatti, cucina note e note, sostanziose sapienti e sobrie, attento agli equilibri, alle dosi, ai silenzi.

     Ha i capelli alti e la camicia a quadri Jonathan Barber il batterista, è un ragazzo. Pare un calciatore di moda, nell’Inter o nella Roma c’è chi gli somiglia. Ma non somiglia a nessuno quel suo modo di suonare: non sta lì a “tenere” il tempo, lui “fa” il tempo. Ne fa migliaia, anzi: colorato tappeto di ritmi stranieri tra loro, antitetici al rigore formale della tromba nera. Ci senti N.Y. Con tracce di Brasile, forse di Colombia, scorciatoie di foresta… Il suo assolo è un’orchestra. S’intende con la collega alle percussioni: sincronizzati, complementari, sono loro due il piccante ingrediente segreto del “nero di tromba”.

      Non c’è Archer al contrabbasso, stasera, ma un sostituto, Ginsbourg (spero di non sbagliare). Il loquace Jeremy ci spiega perché, in inglese. Svolto un lavoro-di-spola durissimo, continuo, elegante - tutto scritto, ovvio - il giovane Ginsbourg non farà più panchina, dopo stasera: s’è guadagnato il posto da titolare, c’è da scommetterci.



      E c’è Jacqueline Acevedo alle percussioni, attesa da tutti: quelle cose bizzarre di sapore esotico, molto strane in un quintetto jazz. Prima del concerto ad aggirarsi in sala c’è una giovane Stefania Sandrelli, è Jacqueline… 
Musicista di talento, più che di fantasia. Mai abusando dell’abbondante armamentario a disposizione - pure una spiritosa collana di sonagli e un cembaletto legati a una caviglia - con gusto e maestria duetta e duella perfino con sua maestà la tromba nera.

      E’ andata così. Al Cotton Lab di venerdì c’è sempre un menu che non tradisce

PGC

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