lunedì 21 novembre 2016

Palad'Auria/CottonLab. Gli ex luoghi che si reinventano e rinascono


     Se i D’Auria fossero vanitosi, l’avrebbero chiamata “PALAD’AURIA l’ultima loro creatura, anziché COTTON LAB. Tutto nasce, incredibilmente, dalle ceneri (metaforiche) di un’ ormai inutilizzata tipografia: scatolone monolivello di cemento, liscio, grigio, anonimo, “moderno”, un migliaio di mq a occhio, in bilico tra Marche e Abruzzo, affacciato sullo stradone impolverato, come tante altre fabbriche che si somigliano. Ascoli poco si vede. Macchine e camion. Foschia o nebbia. Non si può parlare di paesaggio.

        Potevano sbarazzarsene, i D’Auria, come fan tutti o perlomeno cercano; potevano darci un taglio senza rimpianti, la nuova sede della loro azienda - poco distante - sembra di un altro pianeta. Si sa che è lo sport nazionale, l’abbandono di capannoni, anche se ancora sani funzionali robusti e… brutti il giusto. Ammortizzati o no, si buttano via. Se entrassero in un cassonetto di PicenAmbiente farebbero ancora prima, a togliersi il pensiero.

        Ma i D’Auria no. Guai, la Fabbrica non si butta, non è etico. Piuttosto si trasforma, si reinventa, si fa rinascere, si fa rivivere. Ecco allora, proprio qui, spuntare il COTTON LAB - Scuola di Musica: aule, docenti, sale di prova e di ripresa. Spazi abbondanti ma calibrati e accoglienti per concerti, seminari, Master Class. Non solo Jazz, anche se la matrice è quella.  Vi hanno faticato e investito tanto, e il prodigio si è palesato da pochi mesi. Come nei migliori sogni a occhi aperti: dove sferragliavano le rotative, dove ancora senti sapori di carte e inchiostri, dove c’era lavoro “fisico”, nasce un luogo di cultura, di pensiero, di incontro e aggregazione, di svago “alto”.
         Un ECOSISTEMA MUSICALE” (il copyright è mio), per emozionare e sedurre…


 
       Mi chiedo perché un’operazione del genere - coraggiosa, certamente - non venga in mente anche ad altri, nel privato e soprattutto nel pubblico. Perché non si utilizzino - intanto risparmiando - gli spazi industriali rifiutati, che sono tanti, quelli buoni ma per mille motivi “inutili”: perché invece si continui sciaguratamente a costruire brutture pretenziose, esteticamente insostenibili;  ad invadere scempiandoli gli ultimi spazi verdi; a dissipare risorse tanto preziose quanto scarse; ad indurre falsi bisogni per consumi dannosamente inutili; a brigare per cementificare l’impossibile.

      Mi chiedo perché non recuperare l’esistente, facendone qualcosa di nuovo e creativo e necessario alla mente (dunque non Centri Commerciali, di grazia). Perché insistere come scemi in magniloquenti insensati progetti di GRANDI OPERE per piccoli cervelli, e non riqualificare invece i complessi desueti, le aree extraurbane dismesse, gli anonimi edifici industriali, attraverso progetti multifunzionali avanzati, coinvolgenti, di nuova utilità, di nuova “bellezza”. Questi manufatti sono risorse, non ingombri: nuova “materia seconda”. Hanno perfino un loro fascino, specie per scopi pseudo-abitativi.

    Iniziative che potrebbero pure “incrociarsi” con la STREET ART (di natura effimera e fortemente fenomenologica): facciate con sovrapposte immagini e figure di sorprendente effetto, che ne rinnovino e stravolgano la percezione. Ne verrebbe stimolata, immagino ma ne sono sicuro, la partecipazione pratica di studenti, di residenti, di emergenti artisti disposti a contaminarsi nel protagonismo creativo…
Mi sto allargando, quindi STOP.


 
      Avrei dovuto parlare di ORBITS, del concerto “futurista” dei fratelli Di Sabatino al Cotton Lab, ma stavolta passo. Oltre quattromila colpi di cassa (elettronica, pure invisibile) in un’ora mi hanno molto provato. Tapino, che neanche m’intendo di musica house, ma contento d’ esserci stato: ho certo imparato e apprezzato. Ascolterò con più pazienza il disco.
 
      E’ che al COTTON LAB si sta bene, e al venerdì sono quasi di casa…

PGC

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