martedì 11 novembre 2014

Paul Jackson al Cotton Jazz Club di Ascoli Piceno. Il bassista dagli artigli felpati

Un trio-quartetto straordinario. Ovvio. Da leggendario headhunter, “cacciatore di teste” come dicono sia, Paul Jackson i più bravi li tiene a lungo per sé. Anche quando andavano di moda nelle aziende, d’altra parte, i cacciatori-di-teste mica distribuivano le loro scoperte sul mercato semplicemente stabilendone il prezzo. Individuati i talenti migliori, li valorizzavano e se li coccolavano, li mettevano spesso “in società” con loro. Con successo, di solito. Scommettiamo che questo diventerà un quartetto “stabile”, e il prossimo guest sarà magari un eccellente trombonista appena svezzato?
Paul Jackson neanche ne avrebbe bisogno: bastano e avanzano, lui, la sua profonda ruvida voce-strumento, il suo temibile basso elettrico (e, da un po’ di tempo, quel suo nodosissimo bastone - immagino di sequoia gigante). Non è “solo” JAZZ / FUNK morbido e potente: ritmi rigorosamente scanditi con gentilissima violenza, invenzioni in crescendo trascinate da sincopati esplosivi, gli assolo pieni, corroboranti, sospesi su abissi di musica. Sono, anche e di più, quei suoni “solidi” dalla fisicità agile, scattante. Eppure in un certo modo “trattenuti”, quasi per non far male… suoni che nella timbrica secca e tagliente appaiono concepiti per averne - all’occorrenza - una scorta sempre abbondante e migliore, per arrivare più in là e ancora più in là…
I pezzi di Jackson, inconfondibili, potrebbero insomma non finire mai. Eppure non c’è nulla di ripetitivo. Ogni tanto scoppia il silenzio. Che, se sei entrato in sintonia, arriva esattamente quando lo vorresti o te lo aspetti, profondissimo e stupefacente. Mai nessun “vuoto”. Allora avverti l’energia che si carica, come un elastico, mentre gli occhi si guardano , i respiri si coordinano, l’onda d’urto si prepara, arriva.
Turbamento intimo e squassante, che forse in CD non si percepisce appieno: Paul Jackson bisogna averlo davanti, come qui al Cotton Club sotto il muscoloso reticolo di tubi di rame dell’ex birrodotto. Paul Jackson leone e domatore, sornione, sorridente, disinvolto, rassicurante. Ma preciso e tellurico. Devastante, se lo volesse. Eh, sì… per la “sua” musica ci vogliono i suoi artigli. Felpati. Unici, tra gli umani.

PGC


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