domenica 21 aprile 2013

Il “Rinoceronte” di Re Nudo non invecchia. Ionesco al Teatro dell'Olmo.


Scenografia minima, ieri sera, per la sala dell’Olmo scabra ed ”esistenziale”. Quattro leggii accarezzati da un fiotto di luce; in mezzo, un tavolino con sopra una bottiglia. E’ quanto basta per ospitare il non stop di una lettura scenica che sa farsi padrona, orchestrarsi in un quartetto di voci che danno vita alle sequenze in cui è ritagliata e resa essenziale la prosa del “Rinoceronte” di Eugene Ionesco.
La riproposta del testo, a distanza di vent’anni dalle sue prime apparizioni con Re Nudo a San Benedetto del Tronto, ci sembra senz’altro frutto di una scelta luminosa. Perché l’assurdo in cui navigano i personaggi di Ionesco
è ancora, esattamente, la storia dei nostri giorni. Infatti, in Jean, Dudard, e Daisy che si vedono progressivamente trasformati in rinoceronti contagiosi e urlanti, è riconoscibile, ancora una volta, la nostra quotidiana metamorfosi morale, lontani come siamo da un’identità umana che esorcizzi da questa pandemia.

E se ieri, al tempo della nascita di quest’opera, essa era ravvisabile nella distruzione dei sentimenti in nome dell’isterismo, del fanatismo collettivo, del crollo della ragione, oggi vi si è aggiunto il male dell’estraneità, dell’indifferenza, del servaggio alle mitologie tecnologiche, della misconoscenza dell’altro. Un’estraneità che viene resa dal teatro di Piergiorgio Cinì con sottili sfumature esilaranti, in un accelerarsi della soluzione scenica che ci immette, per la via dell’ironia e della lettura umoristica, nella tragedia: una tragedia che interroga acerbamente senza cessare di coinvolgere, di tenerci avvinti alla logica provocatoria dei ragionamenti, all’incalzare dei sillogismi che dipingono efficacemente i cavilli della nostra mente. 
Bèrenger (un Cinì irresistibile), solo a fronteggiare il morbo, ci lancia un appello accorato che sfuma in una speranza-chimera.
Piergiorgio Cinì, Roberta Sperantini, Riccardo Massacci, Andrea Mondozzi ci hanno tenuti inchiodati ai gradoni dell’Olmo, con le loro invenzioni mimiche iperreali, modernissime, in un paradosso scenico incalzante, che ha finemente reso la valenza geniale del testo, e anche la sua fantasmagorica ansia di divertire, benvenuta, anzi quasi inedita nel grigio cupo dei giorni che corrono.


Enrica Loggi

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