giovedì 11 aprile 2013

Gegè Munari al Cotton Club di Ascoli Piceno. Una serata di grande Jazz... anni '60/'70.


Iniziamo a sgomberare il campo da domande che potrebbero venir fuori leggendo con fare ambiguo, e malizioso, il titolo. Gegè Munari e il suo gruppo sono fior di professionisti. Discuterne le qualità tecnico-musicali, sarebbe come offendere la musica e, in questo caso il Jazz. Sono bravi; il fatto è indiscutibile. La fregatura è che da una decina d'anni a questa parte, volenti o nolenti ci siamo abituati a un altro tipo di Jazz. Lo possiamo definire più fantasioso? Più armonico? Più contaminato? Ecco, tutto ciò cozza, ma non fino ad annullarsi, con il concerto di questa sera, ascoltato per altro con PiGi Camaioni, un altro musicofilo un po' a modo suo del nostro Web Magazine.
È lui che ci fa notare, all'inizio di Will You Still Be Nine: “Un po' rigido questo schema, vero?” È stato allora che abbiamo cominciato a prendere appunti, e lo schema che è venuto fuori, rigido quasi quanto una Sura, è stato il seguente: tromba, sax tenore, pianoforte, pianoforte, sax tenore, tromba. Che è un po' come compiere sempre lo stesso viaggio di andata e ritorno, insomma, roba da pendolari. Il pianoforte, eccezion fatta per gli assoli e le improvvisazioni (molto poco improvvisate, tanto che siamo convinti siano le stesse a ogni concerto), è la base armonica del gruppo, accordi e riempitura. Il contrabbasso e la batteria configurano, insieme, una base ritmica estremamente raffinata ma quasi mai poderosa. Sax e tromba sono le melodie ma, uno strumento alla volta per carità, un duetto o un fraseggio avrebbero sicuramente rovinato uno schema matematico pressoché perfetto. Ed è arrivata una bossa nova, nel caso specifico Ceora. È stato a questo punto che PiGi ha inaugurato il suo repertorio tutto basato sull'avanspettacolo (ragioni evidenti di età), iniziando a vedere sulla scena Delia Scala, Nicola Arigliano, Bruno Martino, chissà perché Franco Califano e noi, un po' più cinematografari, Alberto Sordi che balla da solo, ubriaco, nel salone del Ritz di Montecarlo. Ma è stato solo uno sfruculiamento momentaneo, subito interrotto dall'esecuzione di Airegin e, soprattutto di Lady Barbara (probabilmente Bush) che ha swingato un po' la serata. Finita la prima parte, non andando fortunatamente a vapore ma apprezzando ancora il profumo e il sapore del tabacco vero, siamo usciti a fumare una sigaretta nella speranza che la seconda parte ci consegnasse del Jazz un po' più attuale o, almeno, più spinto. In effetti, abbiamo assistito a belle prove “sole” ma maledettamente legate allo schema scientifico di cui abbiamo già parlato. La sensazione finale, a parte due slow, un mezzo swing e Ceora, è stata quella di aver ascoltato per due ore la stessa canzone. Fino a poco più di dieci anni fa, il Jazz in Italia era questo, e chi si permetteva di andare oltre, veniva tacciato di sacrilegio. Ora non è più così e, mentre abbiamo visto gli spettatori di una certa età tiptare entusiasti al ritmo sincopato di Gegè Munari, i più giovani hanno decisamente stentato a seguire il filo di una musica che, a un certo punto, somigliava tristemente a se stessa. C'è da dire che, andati al Break Live per ascoltare Gegè Munari, alla fine abbiamo scoperto Marco Ferri, un sax tenore straordinariamente bravo che ci piacerebbe ascoltare in un contesto un po' più musicalmente anarchico. Però possiamo assicurarvi che, già da solo, valeva il prezzo del biglietto. Più frenato e anche meno tecnico, Francesco Lento, la tromba della band. Onesto e ligio al suo ruolo Vincenzo Florio al contrabbasso, mentre Domenico Sanna al pianoforte, solo in alcuni momenti è riuscito a evidenziare le doti che indubbiamente possiede. Di Gegè Munari non si può dire nulla di negativo. È uno dei padri del Jazz italiano, nel 1968 era già il batterista della mitica orchestra della Rai, ha il sincopato nel sangue, una straordinaria abilità nel destreggiarsi con le bacchette e le spazzole, un ritmo naturale che gli consente di non sbagliare un colpo. Ma è fermo al tempo che fu e non possiamo certamente chiedergli di essere quello che non è. Nota di merito, assolutamente dovuta, al Cotton Jazz Club di Ascoli Piceno, l'associazione che non più tardi di giovedì scorso ha ospitato Enrico Rava. Chi vuole ascoltare il Jazz con il pedigree deve rivolgersi a loro. Per chi ama un altro tipo di Jazz, le occasioni dalle nostre parti, non mancano.

Massimo Consorti

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