I fabbri di una volta erano gente rude ma dolce, come l’Artemio che conoscevo da piccolo: nella sua larga tuta blu rigata di ruggine, le mani grandi e grigie sempre con martello lima e scalpello-a-taglio a piegare ferri infuocati e fumanti sull’incudine. Ti osservava di bolina, senza smettere di lavorare. Sapeva cosa osava chiedergli un bambino curioso, negli spazi tra un rumore e l’altro. Però lui silenzio, faceva rispondere i suoi “ferri”, manco fossero tamburi di una batteria: colpi accelerati, sospesi, rallentati… e stridìi, rullate, sincopi, drag… Ci capivamo con quei rumori noi due, senza bisogno parole. Ma Fabbro-Artemio era anche un artista, faceva certe foglie, certi fiori, certi volti, certi santi! Disegnava per terra col gesso, e dopo copiava col ferro.
Fabbri così per fortuna ce ne sono ancora (il Pierluigi, per esempio). Che pensano e inventano. Che giocano. Che sanno, che se esci dai soliti schemi borghesi, col ferro puoi perfino migliorare intorno il tuo paesaggio.
Questo bel paesaggio stravolto e offeso dall’inguardabile “edilizia-archistar” nazional/industrial/contadina, squarciato da chilometriche recinzioni carcerarie, muri-di-Berlino e cancelli-Reggia-di-Versailles di fastosa orrenditudine a difesa di trionfali ville messe all’ingrasso, galleggianti in pseudo-giardini all’italiana dai conturbanti vialetti autostradali e lussuose piscine-pozzanghera. Sfilze di balconi deserti eppur “abitabili”, posticci gazebo fabbricatori d’ombra, persiane blindate. E cemento a gogò, cristalli, mattoni finti e cotto alla moda. Soprattutto, l’orgogliosa specialità locale sono i complementi edilizi dei grandiosi cancelli d’accesso: tutt’un fiorire di tettoie tirolesi, plasticose simil-pagode antigrandine, sgraziati coperchi di coppi con inclinazioni a cazzo stile castelli romani (o solo abruzzese di Martinsicuro), a coprire tempietti funerari con cassette della posta art-nouveau come tombe e allarmati fortilizi e casamatte dalle occhiute telecamere a cannoncino e feritoie d’aria. Intorno, mortifere fioriere e sontuose anfore. La chiamano creatività italiana. Di guardia, su colonne e colonnine, aquile sedute e leoni (alati). O raminghi nani giganti, vanno sempre…
Spesso poi, quando tutto il cafonesco ambaradan (con 1 o 2 pesanti capriate) a corredo del cancellaccio se ne sta incredibilmente a sbalzo laterale su un’unica colonna! (come un “Gambadilegno a Parigi” ballerino di samba che attraversa la strada senza una gamba*), l’involontaria comicità di testimoni di Geova, postini e corrieri che s’avvicinano circospetti per timore di un crollo, è già da sola uno spettacolo…
Che bello sarebbe, allora, se attorno a Ripa almeno cinquanta di questi stupidi “monumenti al nulla” sparissero e al loro posto venissero queste nuvole: grandi e piccole, grasse e magre, di ogni colore, da sole o a gruppetti. Attirerebbero gente. Lavorerebbero i fabbri. Toglierebbero la noia. Senza portar pioggia…
*Francesco De Gregori, 2004
PGC - 7 luglio 2025
Nessun commento:
Posta un commento