venerdì 3 settembre 2021

PAOLO CONTE È UN DOGMA

 
 Paolo Conte
"50 anni di Azzurro"
Mantova
Esedra di Palazzo Te 
29 Agosto 2021 h 21.30 
 

Paolo Conte è un dogma, come l’Immacolata Concezione: è obbligatorio e non si tocca.

Tu lo sai e accetti tutto.

- Anche il viaggiare sugli Intercity di Trenitalia da quaggiù a Mantova, che se prendi la Transiberiana e passi per la Russia fai prima. 

- Anche la coda all’ingresso, un chilometro prima in due file ordinate come le anime penitenti nelle incisioni dantesche di Doré. 

- Anche il bracciale verde “green pass” che sarà repertato dagli archeologi di domani come lo sono oggi le armille dell’età del ferro.

- Anche il martirio, prima del concerto: Radio Bruno che imperversa dai due schermi laterali con pubblicità e musicaccia (che è come qui da noi Radio Azzurra al
  supermercato, per intenderci).

- Anche le sedie posizionate così che la testa lì davanti la ghigliottineresti all’istante: anche all’asilo capiscono che va usata la diagonale, o metterle proprio storte, le sedie,
  se ancora non si sa di geometria.
 
Paolo Conte è al di là della miseria irredimibile dei “tempi nuovi”, come lo è la magnifica Esedra di Palazzo Te che è grande come l’Alsazia-Lorena e dove un Gonzaga mai avrebbe immaginato di ospitare Radio Bruno.
 
Perciò metabolizziamo tutto, e durante e dopo il concerto ci sentiremo redenti: per aver creduto ancora una volta nell’impossibile, come nel dogma; e per aver dimenticato i tempi tristi, per aver ritrovato la Bellezza, quella che dalla vista e dall’udito passa al cuore e t’innamori come dicevano gli stilnovisti e pure Dante che era del ramo.
T’innamori di Paolo Conte a cui gli anni aggiungono magia, della sua band superlativa, di quell’elegante esedra alle loro spalle che passa dal rosso al violetto all’azzurro: che è il colore di quei suoi “50 anni di Azzurro” i cui brani ascolti stasera e da decenni e non sono mai uguali. 
Come uguale non è mai la sua voce, anche se qualcuno scrive che è la stessa: quando mai, è sempre diversa, è voce di orchestra che precipita, voce che ti strappa un sorriso di tregua ad ogni accordo
Così come mai uguali sono i contrappunti e diversa è ogni volta la sorpresa delle evoluzioni acrobatiche, quelle del violino e del sassofono soprattutto ma poi di tutta l’orchestra e sei in un vortice di suoni che ti porta lontano, nell’altrove misterioso eppure quotidiano delle milonghe dall’eleganza di zebra, dei Mocambo e dei tinelli marron, dentro fuggitivi valzer di vento e di paglia.
Squarci di poesia distesi dentro melodie di rigorosa struttura compositiva; parole e musica compenetrate in preciso equilibrio; “poesia sonora” dove la musica dice quasi più delle parole, e queste sono giochi di linguaggio; e quella sua voce sghemba, sempre disarmante, a tratti ruvida, che procede funambolica, ponte fra testo e melodia. 
E ci trascina, questo “novecentista errante”, a ritrovare nella sua musica il nostro reale e il nostro immaginario, il quotidiano e il sublime, l’allegria e la delusione, e il gioco d’azzardo che è l’amore.
Tutto il meglio è già qui: tutti li percorriamo, da Ratafià a Dancing, a Madeleine, a Max, a Via con me, giù fino al Diavolo rosso che ci guida al congedo, ed è delirio lunghissimo di suoni, frenesia di superbi virtuosismi: del piano, del sax, delle chitarre, del violinista imbizzarrito in variazioni balcaniche e ungheresi.
Per ultimo, il sofisticato francese di Le charme e le chic, poi la standing ovation e Messico e nuvole per il bis e ancora standing ovation, poi… il saluto caldo e amichevole dice al suo pubblico che basta così.
Defluiamo rincuorati, sotto questo blu profondo bardato di stelle: recuperiamo il cielo ad alta quota, sappiamo che il maestro è nell’anima e che il dogma è intatto, non scalfito dal chiasso effimero dei “Tempi nuovi”.
 
“… La musica di Conte non può non incontrarsi con le nostre toponomastiche private, coi depositi di languori che giacciono nella nostra ferma malinconia di uomini crepuscolari”
(Vito Riviello)

Sara Di Giuseppe - 2 Settembre 2021 
 


 

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