lunedì 13 novembre 2017

Teramo. A cena in Convitto, con I Solisti Aquilani e Sergei Nakariakov



        Sarà per i chilometri fatti saltando la cena per arrivare in tempo, che il profumo di cucina su per le scale del Convitto ci ha messo fame… Odori tipici di cena-di-Convitto: quelli del pranzo sono diversi, sempre inconfondibili ma diversi. Date retta, m’intendo, ricordi indelebili. Dato il modesto salto d’età, i Solisti Aquilani e Sergei Nakariakov stanno cenando assieme ai ragazzi? Speriamo di no, il concerto ne soffrirebbe. [Ai tempi, nemmeno una svelta partita di ping pong ci resuscitava dal fulminante sonno piombigno].

       Della severa elegante architettura dell’Aula Magna, della sorprendente e involontaria buona acustica dissi all’altro concerto. Ma è l’imperdonabile allestimento volante del palcoscenico che grida ancora vendetta, con quella precaria quinta nera ormai a fine vita e il pavimento rialzato in legno di stonato verde-Benetton. Meno male i 4 fari da cinema (a mo’ di giraffe) anziché uno soltanto, ma neanche uno straccio di microfono direzionale, tutto come viene viene? Bah… Per fortuna non ce ne sarà bisogno: dei 14-15 Solisti Aquilani [l’ottimo violoncellista-dai-capelli-rossi all’estrema destra, dopo la suite di Grieg in cui ha fatto anche il solista, s'è confuso tra il pubblico - nonostante il frac -] abbiamo goduto ogni singola nota di ciascuno strumento, e del possente flicorno di Nakariakov ci è giunta anche l’anima.




       Senza un direttore dichiarato e “visibile”, dei Solisti Aquilani impressiona innanzi tutto la precisione.
Perché altro è avere davanti la figura che ti “bacchetta”, altro è interpretare al volo dal primo violino (penso) gli impercettibili cenni, gli sguardi diagonali, le rughe provvisorie, i respiri anticipati o sospesi, le vibrazioni, i pensieri nascosti.

       Poi i movimenti: capisci meglio la musica, quando è anche elegante linguaggio del corpo. Qui sono archi, ma mi viene in mente Paolo Conte: “i sax spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga / e la canzone andava avanti sempre più affondata nell’aria […] l’orchestra si dondolava come un palmizio davanti a un mare venerato […] i musicisti un tutt’uno col soffitto e il pavimento”

       Specie nella seconda parte dello schubertiano “La morte e la fanciulla” - quella parte lenta e silenziosa ma anche dolcemente sincopata - i violini all’unisono, quasi “ipnotizzati”, sono come cigni danzanti sul fiume che sanno dove andare ma non te lo dicono. Gesti parlanti, matematici, ripetitivi ma non nevrotici e noiosi come quelli dei tennisti. Facce espressive: gioiose, concentrate, preoccupate, felici. Neanche certi eccellenti turnisti ce l’hanno.

       Preceduto dalla sua fama, il giovane flicornista russo Sergei invece non muove un muscolo. “Sembra” di ghiaccio. E noi ci mettiamo un po’ a capire che tutti quei suoni scaturiscono “solo” dal suo flicorno taglia XL, che pure ha 4 tasti invece di 3. Se chiudi gli occhi pensi a un trombone (a Lito Fontana per esempio), a una tromba classica, a un bombardino, un paio di volte perfino a un sax!

     La velocità di un pianista, l’espressività di un violoncellista, il calore di un flauto, l’impeto di un percussionista… Ma non gli si scompongono neanche i lisci capelli. Sergei è tanto in sintonia coi Solisti Aquilani da sembrare nato con loro: non gli serve guardarli, lui davanti, loro alle spalle. Come se niente fosse, neanche una sbavatura. O se succede, per dirla ancora con Paolo Conte ”sbagliano da professionisti”: non ce ne accorgiamo.

PGC

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