giovedì 23 novembre 2017

Rinascenza / In Art. Il Postino suona al Medoc, con Günther Sanin e Fabio Rossato


        In omaggio al suo autore Luis Bacalov - con cui Günther collaborò - verso la fine hanno suonato anche “Il Postino”. Quel pezzo dolce, orecchiabile e malinconico, che dai tempi del film s’era perso. L’abbiamo ascoltato con ardiente paciencia, come immersi nella poesia silenziosa di un’isola dimenticata. Invece siamo al Medoc di San Benedetto e qui il postino, che sembra uno della Protezione Civile, passa carico e di fretta sullo scooter dalla banda gialla… e mai dopo cena.

        Anche il repertorio è “fuori orario”: certe musiche da Caffè Concerto le ascolti, e le guardi, – nelle piazze delle città che contano, negli Hotel di lusso, alle Terme, negli storici Caffè… –  alle 11 del mattino o all’ora del tè, nella luce calante del pomeriggio.

        Violino e piano, violino e fisarmonica. Fantasie d’opera, riduzioni di grandi classici, musica popolare (anche di sapore balcanico), musiche da film. Accenni di valzer, tango e danze ungheresi, ma con un fiato di jazz, per renderli - finalmente - meno banalmente ballabili. Arrangiamenti originali ma moderati, mai esasperati. Salvo quell’inflazionatissimo Liber Tango che Fabio Rossato mette nella centrifuga della sua fisa a bottoni. Dice che era “troppo banale”… Ne vien fuori un travolgente work in progress, senza fine: lui con Liber Tango ha un conto aperto, dice che ci lavorerà fino alla vecchiaia, come a una “scultura compositiva grottesca, deforme, in continua evoluzione” (!)… Però, che bello questo “suo” Liber Tango!

        Günther lo lascia fare. Uno che abitualmente suona su un violino G.Fiorini del 1876 non usa la centrifuga. Niente note corsare. Günther Sanin (von Bozen) - già il nome mette soggezione - pare proprio il re dei Caffè Concerto. Ne ha anche il fisico, il portamento. Suona con autorevole naturalezza, dissimulando una tecnica finissima, cattura e affascina anche chi non distingue un violino da una viola. Il prezioso strumento, pur da solista, è sempre arioso. Non miagola mai, né indugia in toni caramellosi o eccede in gradazione emotiva. Fraseggi sobri e profondi, swing incalzanti, romantici sanglots de l’automne. Eccelle con Gardel e con Rachmaninov, con Massenet e con Brahms, con Paganini e con Morricone… Ah, se quel piano stasera non fosse un modesto Rosenbloom!

        Sorprendente è l’atmosfera. Il Medoc lo conosciamo, cibo, pizza e birra eccellenti. Ma non ha l’arredo antico Liberty German-style e l’aria colta e pigra di un Caffè storico. Eppure è bastato socchiudere gli occhi ogni tanto per credere d’esser seduti a un tavolino quadrato di marmo dell’antico Caffè San Marco a Trieste sotto gli alti specchi molati, i lampadari di cristallo, i quadri dell’800… O di ascoltare un quartetto lettone in quel Caffè di Mosca che affaccia sulle cupole d’oro parzialmente innevate delle chiese ortodosse… O di bere champagne al Beaufort Bar – purissimo Art déco anni ’30 – del Savoy di Londra… O di aspettare pazienti di entrare al Literary Café sulla Prospettiva Nevskij di San Pietroburgo, dove - vodka a parte – fanno spesso buona musica (e dove forse si è esibito anche Battiato, con cui Günther Sanin ha collaborato)…

PGC

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