giovedì 30 novembre 2017

Il Medoc è anche un cinema. “CINEMA ITALIA” – Rosario Giuliani (sax soprano e contralto) / Luciano Biondini (fisarmonica cromatica)


  Il Medoc - stasera - è anche un cinema, ma senza lo schermo. Solo la musica. Ognuno “rivede” il film che si ricorda e - soprattutto - il quando lo vide, il dove, e con chi. Ognuno riavvolge indietro la “sua” pellicola del tempo: e immagini d’altra epoca, per qualche motivo impresse nella mente, gli balzano incontro, riesumate ma freschissime dai due musicisti lì davanti, loro sì straordinariamente vivi.
Colonne sonore famose, baciate dal successo come e a volte più dei film stessi.

       E se purtroppo in quei film ormai fuori dai circuiti non inciampi più, figurati le musiche. Archeologia sonora. Eppure bastano poche note, e te le ricordi: erano incise dentro, è bastato togliere la polvere. Anzi, eccole pronte a trascinare figure, storie, emozioni, nate dal film e che tenevi sopite.

       Se la musica batte il cinema è in questo: puoi “arrangiarla”, trasformarla, accelerarla, rallentarla, arricchirla, reinventarla… se sei bravo perfino migliorarla. Il film no. Quello come è rimane. Se lo tocchi, come l’alta tensione, muore il film. Così è per la pittura, la poesia, i romanzi, la scultura e le altre arti: non le puoi saccheggiare. O ti piacciono o niente. Al museo che rivedi dieci volte, quadri e sculture sono gli stessi (o sei cambiato tu e li “leggi” diversamente); a un romanzo non togli o aggiungi pagine, né versi alla poesia, ai libri al massimo puoi togliere la polvere.

       Giuliani e Biondini invece hanno le mani libere e - pur nell’assenza degli altri due della “banda” (Pietropaoli /doublebass e Rabbia /drums) - ci confermano che il loro “CINEMA ITALIA” è una rivoluzione affascinante.

       Rosario e Luciano sono sempre nuovi e da scoprire, anche per chi già li conosce: sono “oltre”, sfidano la resistenza e limiti costruttivi dei loro strumenti. Il sax (innata potenza di suono morbida, inarrestabile, capace sempre di “riempire” ogni minimo spazio, specie se con molto riverbero) stasera è il vecchio Selmer che colma il piccolo Medoc come un boccale di birra e tutti noi con vibrazioni soffici, col suo respiro aspro e caldo. Senza rumore. Creando fraseggi e invenzioni su temi e melodie che credevamo intoccabili, giocando a nascondere, svelando d’improvviso…

       La fida Excelsior asseconda Luciano da par suo: sonorità vibrante che non “riempie” come il sax ma vola incostante e bizzarra, a volte credi di perderla, pensi di non sentirla ma sei certo di vederla. C’è piuttosto da temere che il mantice superi l’apertura alare di un condor, e ci mandi bassi che non esistono… che la bottoniera fonda per l’attrito con le dita (alla fine solo un tasto-bottone s’è staccato, esausto)… che le infaticabili valvole schizzino - meritatamente - in testa alle indisciplinate donzelle di fronte, incapaci di ascoltare in silenzio. Invece, a tratti, diventa anche un organo, con pedaliera invisibile…

       Al cinema, lo sappiamo, il motivo conduttore - che sia bello o letale - te lo ripetono fino a sfiancarti. Un trapano in tutte le salse, magari con estenuanti fantasie d’orchestra. Come se dovessero vendertelo. Stasera no. Neanche un algoritmo avrebbe potuto prevedere quel caleidoscopio di arrangiamenti ricchi o essenziali, quei salti di ritmo, di umore, di tempo, trasmigranti dallo swing che non c’era, al klezmer che non c’era, al tango che non c’era, al jazz…

       Solo Fellini se la sarebbe immaginata, una serata così. Al Medoc.

PGC


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