venerdì 5 maggio 2017

La Storia è qui, stasera. Amedeo Tommasi al Cotton Jazz Club


La si può mettere come meglio si crede. Criticarla perfino. Disconoscerla come propria ma la Storia è sempre la Storia, quella maestra di vita che ci hanno insegnato ad amare a prescindere fin dalle elementari.
Ultimo atto della stagione 2016/17 del Cotton Jazz Club e, come consuetudine, si chiude con il Premio alla Carriera. Tutti big, gli anni precedenti, quasi a voler sottolineare il fatto (non sempre scontato), che se esiste il Jazz attuale, il perché va cercato nel loro contributo fondamentale, nella loro creatività, in una professionalità che, come nel caso di Amedeo Tommasi, nasce dalla musica classica e si getta anima e corpo in altre note, altre sonorità, altri arrangiamenti, altro mare.
Amedeo Tommasi, il grande (in tutti i sensi) Amedeo, avrebbe potuto tenere il concerto al Cotton da solo. One man show e non sarebbe stato un delitto. Il suo è un pianoforte che cattura il cuore con note che sono accordi e un tocco dal sapore antico. Il Blues di Tommasi è il Blues, non ci sono santi. Come lo Swing è lo Swing e il Jazz si inserisce in una struttura solidissima in cui nulla è lasciato al caso. Godibile? Di più, molto di più. A un certo punto ci è sembrato di sfogliare le pagine di una enciclopedia, e di farlo con tutta la delicatezza che un tomo antico si porta appresso.
Il compositore dei brani pianicistici di “La leggenda del pianista sull'Oceano” (che si scusa se il pollice non funziona più tanto bene), suona come un maestro che insegna all'allievo le basi fondamentali del Jazz, e le condisce con la consapevolezza di chi sa che diventeranno standard.
Due i riferimenti della sua carriera, Chet Baker (e scusate se è poco), ed Ennio Morricone con il quale collabora da anni e si sente (in Morricone non in Tommasi). Tanti gli aneddoti che avrebbe potuto raccontare ma il pudore lo spinge alla discrezione, dote che posseggono solo gli artisti veri e i gentiluomini. Al suo fianco, al contrabbasso, Giovanni Tommaso, ex Quartetto di Lucca, ex Perigeo cioè, quando il Jazz contaminò il Rock e fu un'altra storia. 
Non pervenuto il batterista, Marco Valeri, e non perché non ci fosse, è che ha svolto il suo compito come uno scolaro di fronte al maestro, a domanda ha risposto ma non aggiungendo nulla di straordinario, alla fine siamo convinti che non gli fosse neppure richiesto.
Si conclude in gloria, e a futura memoria, una stagione memorabile per classe, eleganza e qualità. Emiliano D'Auria, il direttore artistico, ne può essere assolutamente soddisfatto, così come soddisfatti lo siamo rimasti noi, critici avvezzi ormai ad affrontare tutte le tempeste, comprese quelle in mare aperto.

Massimo Consorti

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