giovedì 18 maggio 2017

Jacob Collier al Teatro delle Api per TAM ovvero, Etno-Mozart è qui con un pizzico di World-Bach



Ma a 22 anni (23 ad agosto), un ragazzo made in Italy cosa fa? Pochi coetanei studiano, altri si ubriacano nelle torride movide cittadine e paesane e la maggior parte campa ancora sulle spalle (larghe) di mamma e papà. C'è qualcuno, invece, in altre parti del mondo che non sia il Belpaese, che si diverte con Mozart e Bach anzi, Bach lo canta in corale con le sorelle, sua madre Susan, violinista e insegnante della Royal Academy of Music di Londra e il nonno Derek, anche lui violinista, famoso in tutto il mondo. La musica è il divertimento del piccolo Jacob, l'ama e, da quello che abbiamo visto e sentito al Teatro delle Api di Porto Sant'Elpidio, ne è riamato.
La musica è una strana dea, per niente collettivista, ama i solisti, quelli che la esaltano, che l'accarezzano, che la suonano tutta e possibilmente tutti i generi. Purtroppo, se la musica brutta esiste (oh, come esiste!), lei si rifiuta perfino di considerarla tale, mentre con i geni indiscussi, largheggia, è prodiga, si dilata a dismisura, concupisce e ammalia. Secondo noi, che siamo poi quelli che al fato credono, di musicisti così ne nasce uno su un miliardo e non nasce mai a caso. Il fato, quello strano fenomeno che capisce prima di tutti i cuori dominati dalla passione, è anche parecchio dispettoso perché a pochi si concede, e con gli altri resta indifferente.


Jacob, che sembra il gemello smarrito del Jake Shimabukuro virtuoso dell'ukulele, è un baciato dal fato. Suona tutti gli strumenti possibili e inimmaginabili, scommettiamo che è bravissimo anche con i campanelli dei portoni di casa. In più è dotato di un gusto sopraffino (due Grammy non sono uno scherzo), che lo rendono artista di dimensione mondiale e massima sintesi attuale di tutti i generi.
Il Jazz c'è, il Blues manco a dirlo, il Gospel e la Soul sono le sue dimensioni preferite, il Rock lo usa come sottofondo (troppo facile), il Funky diventa esercizio quotidiano da basso slappato a colazione, mentre per cena si affida alla musica polifonica: dominante, terza, quinta, settima e undicesima con una sola voce e un effetto elettronico, sembra un gioco ma non lo è.
Suona ogni strumento da dio e non sfigurerebbe in nessuna band mondiale, di qualsiasi natura e genere. Ma lui, che cantava le corali di Bach con le sorelle, preferisce la dimensione da one man band, un uomo solo, una band. L'elettronica nella sua musica è dominante, ma solo perché gli consente di arrivare ai “pieni” senza l'aiuto di altri musicisti: suona la parte ritmica, la riproduce in loop e la composizione è servita su un piatto d'argento. Quincy Jones lo adora e sponsorizza e In My Room, disco d'esordio registrato in casa, balza in vetta alle classifiche Jazz di venti paesi.
Un fenomeno, Jacob, che si può permettere di tutto perché pesando trenta chili e avendo ventidue anni, salta da un lato all'altro del palcoscenico per suonare tutti gli strumenti: un giocoliere, un trapezista senza rete di protezione, uno scoiattolo fuggito dalle campagne della sua Inghilterra.
Poi il bis. E la beatlesiana Blackbird che inizia come un canto senegalese e finisce con una sana improvvisazione su base musicale predefinita ed eseguita come uno scolaretto davanti al prof di matematica. Ecco, Blackbird in versione World Music ci ha commosso e fatto ricordare che riproporre i Fab Four è un rischio che solo Aretha Franklin, Joe Cocker e Ray Charles hanno superato brillantemente. Dopo la serata di Porto Sant'Elpidio, aggiungiamo Jacob Collier con Blackbird, John e Paul ne saranno felicissimi.
Jacob Collier ha chiuso la stagione di TAM dedicata al Jazz, a questi coraggiosi il nostro più sentito ringraziamento.

Massimo Consorti

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