giovedì 6 ottobre 2016

Officina teatrale 2016/17. Mi dimenticai di Franca. Vincenzo Di Bonaventura: “Quattro modi diversi di morire per versi”. Omaggio a Carmelo Bene


Conversa col suo pubblico, Vincenzo Di Bonaventura, come fa sempre prima, dopo, e spesso anche durante lo spettacolo e ci si sente fra amici; ogni tanto tra un aneddoto e un volo di poesia, un “passaggio” in strepitoso dialetto abruzzese, quello di una volta che nessuno canta più.  
Oggi racconta di come fu folgorato sulla via di Udine da Carmelo Bene e dal suo “Quattro modi di morire in versi, Concerto per voce recitante e percussioni. Anni Settanta, una bellissima Franca udinese inutilmente corteggiata; una festa giovane e nella festa una cucina dove rifugiarsi per annegare la delusione in un bicchiere d’acqua minerale; e nella cucina, uno sperduto televisorino-ad-angolo Brionvega miracolosamente acceso da cui la voce di Bene inviava versi e suoni capaci di cambiare la percezione delle cose intorno. Così “mi dimenticai di Franca”… e quell’incontro/incanto/possessione a prima vista con Carmelo Bene rivive questa sera per noi, ristretto e fortunato pubblico del Dep Art.
Di Bonaventura ricorda e rende omaggio a Bene con una potente sintesi da quell’indimenticato lavoro del maestro, “meravigliosa cavalcata attraverso l’utopia sovietica” di quattro giganti della poesia russa pre e post rivoluzionaria, Majakovskij, Esènin, Blok, Pasternak.
Lui, Vincenzo, il suo fedele djembe, manifesti e vecchie fascinose foto, diapositive che s’incurvano, un proiettore vetusto: quanto basta perché la voce recitante sciabolando diventi grido bisbiglio ghigno, e silenzio anche, dei poeti; perché diventi l’odio di Blok per la poesia dei lamenti e degli usignoli: e i violini, struggendosi e infiacchendo / si abbandonano ai furiosi archetti; il grido di Majakovskij contro la guerra: Sopra i falò s’è fatto buio. Come sommergibile / s’è inabissata / l’esplosa Pietroburgo; la disperazione di Esènin L’uragano è passato. Pochi di noi son salvi […] Ma chi chiamare? Con chi dividere / la triste gioia d’essere ancora vivo?; l’incredulo dolore di Majakovskij per la morte di Esènin, suicida: Ve ne siete andato / come suol dirsi / all’altro mondo / Il vuoto…/ volate,/ fendendo le stelle; e quello di Pasternak per il suicida Majakovskij : Il tuo sparo fu simile a un Etna / in un pianoro di codardi e di codarde.


Passione civile, scontro frontale, eroismo del non mettersi in riga, lirismo e follia, morte e vita tragicamente unite (Felice io sono sulla cupa terra / di ciò che ho respirato e che ho vissuto // felice di aver baciato le donne / pestato i fiori, ruzzolato nell’erba / di non aver mai battuto sul capo / gli animali, nostri fratelli minori” scriveva Sergéj Esènin, ma anche “Morire in questa vita non è nuovo / Ma più nuovo non è nemmeno vivere” ).
Il lascito di questi poeti è tutto questo e molto di più: Carmelo Bene ne aveva penetrato l’anima e ne aveva estratto la forma e il suono, consacrando il messaggio che Majakovskij consegnava al futuro: La parola è un condottiero della forza umana.
L’esplosione di quella parola poetica irrompe questa sera fra noi (come un treno), frantuma il reale, scompiglia le nostre comode geometrie, ne ricompone i pezzi intorno a un’utopia che forse ci salva. Ma chissà. Bisogna strappare la gioia ai giorni futuri, scriveva Majakovskij per il giovane Sergéj la cui “lingua per sempre è chiusa fra i denti”: ma questi l’aveva soltanto preceduto nel suicido, La vita e io siamo pari […] Voi che restate siate felici, scriverà prima di calare anche lui il sipario sull’amato me stesso (Ma uno / come me / dove potrà ficcarsi? / Dove mi si è apprestata una tana?).
Anche oggi, quest’epoca / è difficiletta per la penna. Eh, non soltanto per la penna: Di Bonaventura meriterebbe teatri e pubblico alla Carmelo Bene, nonostante la sua potenza abbellisca perfino i brutti interni del Dep Art (sciaguratamente strappati alla bella tipologia originaria di deposito ferroviario e “restaurati” con controsoffitti e neon da macelleria).
Più difficile “abbellire” il disinteresse della città e del territorio (per contro, qualcuno viene da lontanissimo). Fra il pubblico - una trentina, forse meno - non un giornalista, non uno del Comune, non uno da primi-posti: devono aver saputo che quelli di Blow Up non riservano poltrone alle cosiddette autorità (“abbiamo una visione molto orizzontale”, li sento dire e sorrido felice). Bravi, “quelli di Blow Up”, scelgono controcorrente, Bene e con coraggio. Perciò concludiamo con due chiacchiere, una rustica ciambella portata da casa, due tiepidi tè in bottiglia e un affettuoso vino autunnale, come si conviene tra amici.

Sara Di Giuseppe

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