venerdì 21 ottobre 2016

Il Di MARTE-Dì di Vincenzo Di Bonaventura. V.V. Majakovskij: BENE! (Chorosciò!) 1927


Stasera c’è anche la dolce Toffee bianca e miele. Inseparabile dal suo Vincenzo, di Vladimir V. Majakovskij sa tutto a memoria, educata e vispa scodinzola il giusto, si concede felice alle coccole.
E ci sono i bravi musicisti Igor e Fabrizio, strumenti e ritmi gustosamente accordati al linguaggio scenico del nostro attore-solista: abbiamo tutto il meglio, in questa serata seconda della trilogia su Majakovskij.
Pubblico di soli aficionados, meno dei manzoniani venticinque; non istituzioni, non giornalisti, non notabili e bellagente (“…che farsene di quella ciurma / di chiacchieroni?” V.V.M.).
Ci furono tempi di leggenda / ma sono passati”: il poema Chorosciò (Bene!) precede di soli tre anni il suicidio (Il tempo è qualcosa d’insolitamente lungo); scrittura d’intervento che lacera la trama stagnante di una società umiliata e offesa, che inchioda la matita sui fogli perché “il fruscio delle pagine sia come il fruscio delle bandiere sul fronte degli anni”.
Vincenzo non recita Majakovskij, lo vive. Lo parla, lo suona, lo canta; lo balla perfino, con passi e movenze di lontane danze folkloriche. E’ teatro oltre il teatro.
E’ un mondo contadino - quasi arcaico pur se solo del secolo scorso - quello che Vincenzo narra prima di iniziare, ed è il suo, è terra d’Abruzzo. Dalla memoria …un filo s’addipana:  il nonno e il suo “dialetto feroce”; a un angolo della bocca il sempiterno sigaro che, asportato il tumore, è solo passato all’angolo opposto; il gesto perentorio del bicchiere scosso dopo la bevuta, “come fanno i russi”; il lavoro nei campi coi “vecchi Landini di una volta che sembrava non avessero il motore”; il vomere trainato dalle spalle possenti dei buoi e il brontolio soffice della terra rivoltata; “l’idea dell’aratro” assaporata da ragazzo e non più ritrovata. (Ci vorrebbe più consapevolezza dei nostri padri e delle nostre madri, dirà più tardi congedandosi).   


  E alla terra si rivolge Majakovskij, perché puoi dimenticare “il tempo e il luogo dove hai messo su pancia e gozzo”, ma non puoi dimenticare “la terra con la quale hai diviso la fame” (Siedono i padri /con le barbe simili a scope: / ognuno di essi / è un saggio: un poco ara la terra / e un poco scrive poesie).
Così, il ricordo si fa poesia e la poesia ricordo: il mondo che pullula sanguigno nel filo che Vincenzo addipana è solo a noi più vicino, nel tempo e nello spazio, di quell’altro che “asciuga il sudore con la manica” e grida nei versi del poeta ribelle, e muto e febbrile irrompe in  Ottobre, “il film di Ėjzenštein sulla Rivoluzione”.
Due giganti, il poeta e il cineasta, celebravano i dieci anni della Rivoluzione, in quel 1927 in cui essa era ancora promessa di vita e vita promessa (La felicità incalza / e non per voi dovremo rinunciarvi. / Incantevole è la vita, / sorprendente): non è ancora il tempo in cui per il poeta sarà “all’improvviso come se non ci fosse nulla per cui vivere” e “alla fine quella pallottola [del suicidio già tentato] andrà a segno” (Lili Brik). 
Dietro, sullo schermo, l’epico affresco di “Ottobre”: rivoluzionario e violento, sarcastico e commovente, lirico e barocco.  Mi sento trasparente – dice Vincenzo – e forse è vero, perché la sua figura e la sua voce, la poesia, sono ora un imponente tutt’uno con le immagini alle sue spalle e con la musica; questa dà voce alle mute scene di massa, accompagna con ironico saltarello le divise del potere in marcia, sottolinea il visionario sperimentalismo e le allegorie, le figure riprese dal basso, quasi dal fango - “attori” reclutati sul posto - che giganteggiano pur nella miseria dei corpi e dei volti allucinati.


E’ la stessa stralunata umanità che affolla i versi di Majakovskij: umiliata nel sopruso e nella fame; il pizzico di sale elemosinato – perché “è capodanno, domani” – che s’è gelato tra le dita; il lutto sotto l’ondeggiare delle bandiere abbrunate, il sangue degli uccisi ancora caldo; la febbre tifoidea su Mosca mentre “sui boschi s’inerpica strisciando il sole-pidocchio”…  Ma ora il Palazzo d’Inverno è circondato, s’invadono i saloni di velluto, i maestosi corridoi;Kerenskij fugge, fuggono i ministri - profumo di barbe fatte di fresco – e cadranno come pere mature nascosti sotto le cravatte, Fuori! / il vostro tempo è finito, e ora sulla testa “il cielo azzurro-seta non è mai stato così bello”.
Amo l'immensità / dei nostri piani, / lo slancio / dei loro passi chilometrici, e il “canto dei nostri dolori, delle nostre vittorie, dei nostri giorni quotidiani” è arrivato fin qui, oggi, oltre il tempo e la storia: e s’è fatto teatro, luogo di tutti e voce che ci salva, spazio senza tempo di cultura e civiltà.

Sara Di Giuseppe

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