10/12/23

“C’erano gli dei, in quel trattore”

ovvero 
 della “sorpresa”

      Così, sorprendentemente, Paolo Conte risponde alla domanda su quali siano state le prime intuizioni musicali della sua vita: dice di quando, ragazzo, al passaggio del trattore nella sua campagna astigiana ne registrava mentalmente lo stridio e il suono, le variazioni e i contrappunti del suo percorrere il perimetro del campo, le discese ardite e le risalite che divenivano, nell’allontanarsene, suono profondo e lungo, di onirica magia… c’erano gli dei, in quel trattore, dice quasi sussurrando. 

Il disegno animato colora la scena del biondeggiare del campo e del rosso trattore, col ragazzo che osserva e ha già la sua musica in testa (o gli dei, che sono poi la stessa cosa).

 

E’ fatto anche di questo, il film che segue il musicista prima e durante il Concerto alla Scala di Milano del febbraio di quest’anno. 

Un breve addentrarsi delle riprese nel foyer del teatro, nell’inestirpabile onnipresente vegetazione dell'inteligentsjia nostrana, poi tutto il resto è regia sobria, raffinata e colta, musicalmente dotta, attenta ai particolari. 


È un Conte che si racconta pacato, seduto al tavolo nel suo studio di “Avvocato Conte”: lo fa con quella pronuncia astigiana un po' così, con quella voce ruvida e il maglione, e le matite colorate dalla punta perfetta in bella vista. E mentre parla riempie di colore le forme e le linee di astratti disegni suoi; dice, come tra sé, che un artista non può non essere prima un artigiano, pena l’evanescenza della sua arte non sostenuta da una solida struttura; dice che nelle sue creazioni la musica c’è sempre prima del testo, e il testo ruba parole e quadri alla vita, al quotidiano e al sublime, alle ombre e alla luce, al vicino e all’altrove e perciò ogni composizione ha un’etnia musicale dentro.


Ma il film è poi musica soprattutto, ed è Conte: lui e la sua voce sghemba, lui e il pianoforte e il buffo kazoo dentro cui soffia ogni tanto e che “dopotutto è rimasto la mia orchestra preferita”,  e le mani che suonano anche quando non suonano. Dietro e vicino, l’eccellenza dei suoi musicisti: i quadri d’insieme dicono anche plasticamente di una simbiosi perfetta tra quelli e il maestro. 

Perché il maestro è nell’anima ma è anche in quelle chitarre vorticose e nelle dita che mulinellano senza sosta sulle corde fin quasi ad avvitarsi; è nella chitarra di Jimmy Villotti che ormai da qualche giorno suona in un altrove molto più in alto di noi; è nei sax, nei timpani, nel vibrafono, nel violino e nei contrabbassi, nel bandoneon e nella fisarmonica, è nelle coriste; è in tutta l’impareggiabile orchestra e nei solisti che si scatenano virtuosi in un delirio di variazioni acrobatiche quando Diavolo rosso irrompe sul finale in un valzer di vento e di paglia , mentre contro luce / tutto il tempo se ne va...

Lui, “novecentista errante” dipinge i colori di un’epoca e disegna in note il suo tempo e il nostro e tuttavia sembra che suoni in un club vecchiotto fra amici, l’abito un po’ cascante, il passo lento di chi non ha bisogno di barocchismi di contorno perché la sua arte ne risplenda. Ma è l’orchestrazione sontuosa, sono i superbi assolo di sax e poi fisarmonica e poi di violino, è la sua voce scoscesa di troviere  in cui volteggiano parole e musica e poesia, a penetrarci nel profondo, ad intrecciarsi con “le nostre toponomastiche private”, ad evocare voci dal sole e altre voci, a strapparci un sorriso di tregua ad ogni accordo.

Ed eccole una dopo l’altra, le sue “storie in bianco e nero, storie di tutti i giorni, ironiche e profonde” che si congiungono alle avventure quotidiane di noi tutti e avvolgono un gomitolo di commozioni e allegrie, di cui  ciascuno può tirare il filo e dipanarlo e riavvolgerlo nuovamente e all’infinito, legarlo al proprio reale e al proprio immaginario. Tanghi e milonghe dall’eleganza di zebra, blues e jazz, accordi intriganti, silenzi sospesi: tutto c’è, in questa musica che afferra parole e poesia e volteggia con esse, mentre anche noi, eccoci, recuperiamo il cielo ad alta quota.

      Si ha voglia di ringraziarlo. Perché, come ha scritto qualcuno, “tutto ciò che scrive il poeta-musicista aderisce alla nostra aspirazione alla bellezza”. Eppure: Dentro di me c’è sorpresa – risponde il maestro semplicemente, in chiusura, alla domanda su cosa provi di fronte a tanto amore da parte del pubblico - anche soddisfazione, senza dubbio, ma prevale la sorpresa.

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“Arte speciale, la canzone. Il cui discorso, per Conte, torna perfettamente come tutt’uno – se ben fatto, inscindibile – di parole, musica, voce (la quale ultima è in sé sintesi si parola e musica ì). Non c’è bisogno di chiamarlo poeta, non ha bisogno di una falsa aureola in più” (Maurizio Cucchi).

Sara Di Giuseppe - 9 dicembre 2023

 

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