venerdì 2 agosto 2019

Per una pallottola in più

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL 

Edizione Estate  27Luglio - 7Agosto 2019 

Il fabulatore incantevole
a cura di TeatrLaboratorium Aikot27 e Gruppo Aoidos

POETAR RIVOLUZIONANDO / Memorie di Ottobre
Riscrittura scenica di e con Vincenzo Di Bonaventura

Grottammare Paese Alto Teatro OSPITALE     
28 luglio 2019   h 18,15 e 21,15


Per una pallottola in più


     Un tempo dottobre, più si facevano le rivoluzioni, più nascevano i poeti. Illuminavano come fiaccole il tempo della rivoluzione. Ma finita quella, o subito o dopo un po, alcuni toglievano il disturbo. Si sparavano. Se la pistola sinceppava non si perdevano danimo, ci riprovavano, che sarà mai una pallottola in più Finchè BANG, gli andava bene. Esénin invece si uccise diversamente: chi dice tagliandosi le vene, gli serviva il sangue per scrivere lultima poesia

       Turbinosi tempi di Futurismo. Voglia di cambiamento, costi quel che costi. Il pensiero oltre lazione. “… le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche…”

       Parevano essersi messi daccordo, quei tre grandi poeti russi, e furono come unonda anomala in un mare di vecchiume. Furono la rivoluzione essi stessi. Majakovskij sognò la rivoluzione prima che questa accadesse: Aderire o non aderire? La questione non si pone per me (e per gli altri futuristi moscoviti). E la mia rivoluzione. Blok, il simbolista che vedeva nel cielo geroglifici, dalla prodigiosa forza lirica, pervaso come pochi di alone mistico, alla fallimentare rivoluzione del 1905 si accascia: diventa realista. A quella di ottobre del 17, prima si esalta, poi ne è travolto. Perde quasi la speranza; salvo - ne I Dodici - diventar visionario: le 12 guardie rosse che pattugliano Pietroburgo sarebbero i 12 Apostoli, e arriverà pure un Cristo Esenin bello come il sole, il poeta-contadino (allora era il massimo), il romantico, credeva nella rivoluzione fino a un certo punto, ma la usò. Non era un rivoluzionario. Le sue poesie incantavano, anche per lo scalpore, sicchè in patria divenne subito celebre: oggi sarebbe un influencer da 1 milione di follower.  Fu un prodigioso effetto della rivoluzione, e la sua fine poi così teatrale

       Eccolo, il poetar rivoluzionando del primo900, immerso nella pittura, nella musica, nellarchitettura, in ogni disciplina artistica. Oltre che - rischiosamente - nella politica. I poeti erano interconnessi, si direbbe oggi. Erano come lampioni ficcati nel mezzo della strada, la illuminavano esponendosi, se non combattendo. Proprio non poteva essere la solita poesia. Era nato un nuovo metodo artistico, più sperimentale e realistico, più visivo, più acustico nella fattura dei versi, più penetrante intimistico e scenografico nella tenerezza. Più palpitante. Meno simbolista. Nasceva la modernità ad alta tensione, veloce, metaforica. La parola veniva scomposta come un quadro cubo-futurista, e la poesia concepita come arte teatrale irripetibile di vita pulsante.

       Ed ecco oggi il poetar rivoluzionando militante di Di Bonaventura-attore-solista. Prima, nellinospitale Ospitale con le sue mani sè costruito (per il Festival) il giusto non-palcoscenico, come uninstallazione non finita, nata per sottrazione di retorica perbenista e per addizione di materiali poveri, grezzi, e materie-seconde ricche di espressività futurista. Volumi monumentali ma dinamici, poggiati su un parquet primitivo, come su unisola. Manca solo una centenaria bicicletta della Rivoluzione Poi, nello spettacolo, come quinte, solo partiture di luce calda e incerte sciabolate - schlàac - di autentiche rare foto dantan. Mentre la musica-matematica dello djembè accompagna la lingua trasformazionale di Vincenzo.

       Tre poeti di questa levatura in audaceriscrittura scenica unica non ripetibile. Chi cè, cè. Poco più tardi, alle 21,15, sarà ancora uguale ma diverso. Chi cè, cè. Comunque, Carmelo Bene e Dario Fo sono tra noi.


PGC - 1 agosto 2019 


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