sabato 14 ottobre 2017

Grottammare. Teatro dell’Arancio. Aspasia di Giacomo Leopardi. Di e con Vincenzo Di Bonaventura: "Lettura di furore"



         “Vi invito a leggere con furore questi poeti” - dice l’attore solista al suo pubblico - perché essi sono l’epoca, sono il secolo, essi sono i contemplatori dell’eterno. Leopardi, Majakovskij, Pasolini, Manzoni, Campana, Montale, Wilde e altri, indietro fino a Sofocle, avanti fino a Dimarti: protagonisti del viaggio cosmico-letterario di un anno, iniziato stasera con Di Bonaventura che quella poesia “ferocizza” e canta e reinventa, così come un sisma scuote e sovverte e riscrive i luoghi conosciuti.

        Oggi è Leopardi a parlare “dentro” l’attore, e la voce di questi frantuma stereotipi e scolastiche immaginette del poeta che nessuno ignora e pochi conoscono.
La musica sottolinea la parola, tuttavia diversa da quella pensata dall’attore/regista: la bobina prescelta ha incontrato il macchinario vecchiotto ed è saltata. C’è anche il proiettore vetusto che “crea da solo gli effetti speciali”, sfoca le diapositive (ne esistono ancora) e ogni tanto gli serve un colpetto… Affettuosa atmosfera di cose pensate con passione, amorosamente scampate alle gelide perfezioni tecnologiche.

        Ma quando su tutto si alza la voce dell’attore, ci par di essere tra i cinquemila (!) suoi spettatori in una Venezia di tanto tempo fa: dimentichiamo il teatro mezzo vuoto, l’assordante indifferenza, il deserto di pensiero di queste nostre cittadine paghe e stanche di superba satolla opulenza.
In quella voce quasi non riconosciamo i versi pur milioni di volte ascoltati e letti e saccheggiati: è come incontrare per la prima volta quel dolore, la ribellione aspra, l’esperienza di sé che diviene meditazione sul destino umano.

       “Sono così stordito dal niente che mi circonda…”: emoziona sullo schermo la grafia elegante del poeta nella lettera disperata al Giordani dopo l’inutile fuga da casa, riprecipitato a forza nell’ angustia bigotta del natio borgo selvaggio; e in quella ad Adelaide Maestri: “Quanto a Recanati […] io ne partirò, ne scapperò, subito ch’io possa”. E da Firenze, alla sorella Paolina: “Il ritratto è bruttissimo, nondimeno fatelo girare, acciocchè i Recanatesi veggano con gli occhi del corpo (che sono i soli che hanno) che il gobbo di Leopardi è contato per qualche cosa nel mondo, dove  Recanati non è conosciuto pur di nome”.

        Frammenti di vita che disegnano la storia di un’anima (quella che il poeta progettò giovanissimo) e in essa  il maturare di una “coscienza del tutto chiara del destino proprio e di tutti gli uomini” (Fubini).
Il perpetuo circuito di produzione e distruzione” con cui l’universo garantisce la propria conservazione, è del tutto indifferente alla felicità o infelicità degli uomini (“… Se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me n’avvedrei”, risponde la Natura all’Islandese che la interroga e l’accusa): ecco allora la pietà profonda per ogni individuo e per ogni specie, il rigetto delle mistificazioni antropocentriche, dello spiritualismo consolatorio, dell’ottimismo del secol superbo e sciocco, e quella filosofia, infine, “disperata ma vera” che non cerca risarcimenti, ma di cui il poeta rivendica il valore positivo e umanitario (“La mia filosofia […] di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare […] quell’odio che tanti e tanti portano cordialmente ai loro simili…”).

        Ma ineliminabile nell’uomo è l’istanza di felicità, irrinunciabile il diritto ad essa: di questo anelito è l’Amore l’espressione più energica e la “suprema manifestazione vitale”. La voce dell’attore ci scaglia dentro la profondità di quella feroce ansia di vita, di quel bisogno insaziato d’amore che si fa Pensiero dominante (“Dolcissimo, possente / Dominator di mia profonda mente…”) e passione violenta, contemplazione sensuale, poi definitiva tragica disillusione. Allontanata allora nel ricordo la figura di Aspasia (“Torna dinanzi al mio pensier talora / il tuo sembiante, Aspasia”), rivolto il disprezzo verso quella parte di sé che ha ceduto agli inganni, non resta che l’infinita vanità del tutto, sola titanica certezza.

        In questo teatro “necessario e testimoniale” ascolteremo, di serata in serata, altre voci di altri poeti: rivoluzionarie come quella del Leopardi e ancora nostre compagne di strada, esse ci salvano dal clamore pubblicitario che sovrasta le coscienze; ci sottraggono alla prigione dell’oggi che confonde il desiderio di felicità con la soddisfazione dell’avere, ad una società tanto assordata dal proprio strepito che sul gigante recanatese perfino imbastisce senza imbarazzo un film e ne fa - non bastasse - occasione di marketing e di vaneggiante promozione turistica.

Sara Di Giuseppe



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