domenica 9 agosto 2015

Riflessioni dopo le 16 e 35. La storia dell'ultimo viaggio di un cane raccontata dal suo "padrone"

Ci si lascia involontariamente, controvoglia, a malincuore, a volte è naturale, a volte è contronatura, delle volte il distacco avviene col nostro consenso, a volte liberando il nostro corpo. Ma è strano, è dato a pochi la conoscenza diretta del ‘distacco’, quello definitivo. Ha dei colori non proprio accattivanti, violacei, sangue misto a terra e dei suoni impercettibili che superano le nostre percezioni più comuni. Ha uno sguardo maturo, severo, mai appagato del nostro, quasi un rimprovero alla nostra permanenza. No, è solo un richiamo che ti lascia attonito.
Sì, ho visto il mio cane morire in braccio alla sua intoccabile padrona, mia moglie, che fu fatta sorella e madre prima che se ne accorgesse l'anagrafe. Lui era un orfano già maturo di 2 anni e da allora ne ha passati 15 con noi, o poco meno. Allora aveva già i segni della sofferenza, della lotta tra simili incattiviti dalla prigionia più o meno vigilata. L'amore e la tenerezza la conoscemmo insieme a lui, con le mie piccole figlie, e per loro fu un toccasana, una guida di responsabilità e libertà insieme. Prendere un animale in casa è a rischio di surrogazione di qualche altra presenza assente. Non fu così per noi. Piuttosto un compagno di viaggio e gite 'fuoripista' che altrimenti avremmo erroneamente evitato. Per me una presenza a volte scomoda, a volte rumorosa, a volte piacevole. Sì, insomma, come per delle persone 'altre'. Quindi uno di noi.
Dopo di lui ne tirammo fuori altri due dai canili, ma queste sono e saranno altre storie.
Rispolvero il testo sotto, scritto in un'occasione uttiana e dedicato anche a lui (come metafora delle difficoltà familiari e personali). Un omaggio a Billy 'il bello' (aggiungevo io i primi tempi), perché mi ha fatto conoscere alcune cose di me attraverso lui, e soprattutto di non avere paura di fronte alla morte. Circostanze che si imparano anche attraverso loro, animali come noi.

A sei zampe 


Prima di fare questo mestiere ho esercitato, in un Circo, l’arte dell’equilibrismo. Sfilavo sopra il pubblico con piatti, bicchieri, sedie e sfere giganti tra le mani. Ho affinato l’arte del peso e del contrappeso ed eccoci qua a impaginare testi, immagini, disporre colori, cercando di dare un senso e soprattutto un giusto ordine e posto a tutto, magari eliminando o al contrario inserendo qualcos’altro perché il messaggio arrivi più forte e chiaro.

Ancora un passo e sono sulla porta di casa. Lascio le fantasie che mi hanno accompagnato per strada e accarezzo con lo sguardo mia figlia che mi saluta. In silenzio, con flemma e riverente cura dispongo le poche cose mancanti a tavola rispettando le priorità e gli ordini stabiliti. 
Ora tu mi guardi, con gli occhi da attesa e mi scruti nei pensieri, cercando di carpirne una parola d’affetto, un gesto. Oh come siamo stati felici un tempo! Ci bastavano poche uscite al mese per ristorarci da tutto. Le discussioni, le pigrizie, le mancate carezze passavano e volavano via come frutti di tarassaco in estate. Scrollavamo le nostre pulci e via a divertirci sotto il primo sole che si affacciava. Senza badare a chiassose comitive, cercavamo il nostro spazio dove ruzzolare come gomitoli impazziti e male avvolti. Annusavamo l’erba da veri segugi, cercandovi presenze passate e lì strofinavamo i nostri corpi per lasciare il segno del nostro passaggio. 
T’ho amato, anche se in silenzio, t’ho assecondato in tutte le tue manie, le tue capricciose stranezze che non finivano mai di appagarsi. Ce n’era sempre una da assecondare come rimasta in attesa dopo secoli di privazione. Ma le amavo un attimo dopo queste tue bizze, perché mi facevi partecipe della tua gioia e l’allegria prendeva il posto dei pensieri anche i più cupi. Riuscivi a trascinarmi, quasi come una renna fa con la sua slitta, dovunque potessi esprimerti in libertà. Gli spazi aperti come le salite più ripide, erano occasioni per spiegare la tua anima indipendente, leggera, solitaria ma con me al tuo fianco. Ora, mio spirito dolente, perché non rispondi più al mio cenno, al suono della mia voce, al flebile sibilo della mia bocca? Sù, muoviti ancora, lascia questo posto, articola le tue ossa malconce e che possano ancora correre su e giù per i gradini di questa casa. Beviamo insieme ancora qualche goccia dall’Oblio e a ritroso ricerchiamo le cose per la prima volta, così definitivamente distratti calchiamo nuovi fili d’erba, cresciuti a sconosciuto manto. Io e te, a sei zampe, ritroveremo l’arte dell’equilibrismo presso un qualsiasi Circo, ancora capace di scommettere su vecchi artisti della composizione scomposta, dell’equilibrio precario, dell’architettura senza travi, dei colori scoloriti e della fantasia contenuta. Vedrai caro amico, che il mio dibattere assieme al tuo abbaiare vedranno il silenzio solo dopo gli ultimi applausi. 

P.S.: Trasmetto questa mail per gli amici che lo hanno conosciuto, o anche no, ma che hanno o hanno avuto una storia simile su cui riflettere.

Francesco Del Zompo




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