martedì 25 febbraio 2014

Teatro Dell'Aquila di Fermo: “Il grido della passione”. Milenkovich suona Brahms (con dedica a UT)

Poderosa Ouverture, quella della Iphigénie en Aulide di Ch.W.von Gluck che l’Orchestra Filarmonica Marchigiana sceglie per aprire l’affettuoso pomeriggio sinfonico al Teatro Dell’Aquila. Viene da lontano, Ifigenia, e da Euripide attraversa Racine per arrivare al grande Gluck che ne fa un’opera di intensità e violenza espressive inusitate nella tradizione settecentesca: opera di rottura, che richiede all’orchestra un protagonismo insolito, e in cui la stessa orchestra “nella sua semplicità coglie il grido della passione, come diceva Diderot, con spregiudicata verità”, (Paolo Gallarati, La Stampa, 2012).
L’Ouverture, qui nella versione che fu rimaneggiata da Wagner, sublima epicamente il conflitto natura - religione che, sotteso all’intera opera, entusiasmò gli illuministi (soprattutto Rousseau) scandalizzando con la potenza delle sue tinte i cultori dell’opera italiana: la tragedia di Agamennone re e padre cui gli dei impongono il sacrificio di Ifigenia sua figlia perché la flotta argiva possa salpare alla volta di Troia è tutta nella solennità dell’Andante iniziale e nella commossa intensità dell’Allegro maestoso. Una raffinata e intensa Filarmonica Marchigiana, come sempre di altissimo livello, interpreta con la direzione magistralmente sobria - e interamente a memoria - del maestro David Crescenzi. E’ un fil rouge forse, quello dell’innovazione o della diversità, a legare le scelte musicali di quest’oggi: il Gluck che rompe una solida tradizione nell’opera lirica ci prepara al successivo e per certi aspetti “diverso” Brahms, preannuncio a sua volta del finale Beethoven che non ti aspetti. Anche il Brahms del Concerto in Re magg. Op.77 rompe infatti un modello: la tradizionale contrapposizione tra solista e orchestra è qui superata in un sapiente equilibrato amalgama tra i due elementi. Ed è catartica per noi, dopo la passione tragica di Gluck, l’immersione nella luce di quel violino che “disegna” sublime l’idillio austriaco di Brahms, il paesaggio carinziano e la colorata tavolozza dei monti innevati, dell’azzurro del cielo e del lago di Worth. Stefan Milenkovich suona quel violino così come Pan deve aver suonato la sua Siringa del disperato amore o Apollo la sua lira. Enfant prodige che suonava a tre anni con la mamma al pianoforte e, decenne o poco più, si esibiva in concerto davanti a presidenti e pontefici. Pensi che sia nato col violino in mano, che il suo esser prodigio l’avrà forse reso un po’ marziano e altero (chè ne avrebbe ben donde): così non ti aspetti il giovane uomo atletico che sprizza salute e simpatia, dal viso franco e comunicativo che si trasfigura mentre vola col suo strumento, che scherza col pubblico nel dolce italiano dall’accento slavo dopo averci mandato in trance estatica con quel suo violino stregato. E che perfino ha ricevuto, a Belgrado, il riconoscimento di “Most Human Person” per il suo impegno umanitario. Non vogliamo proprio lasciarlo andare, e ci regalerà ancora magia, stavolta da Bach; lo vedremo ancora, generoso e amabile, firmare autografi e cd nel foyer del teatro fino a tardi. Torneremo ancora, dopo l’intervallo che ci riconduce a terra, a “disorientarci” e sorprenderci, per il Beethoven dell’Ottava Sinfonia in Fa magg. Op.93 che chiude l’affascinante percorso odierno dentro una musica che scherza con gli schemi. Sinfonia la meno riconoscibile tra le beethoveniane per i “tratti umoristici se non addirittura burleschi” (S.Sablich), questa che fu anche chiamata “Sinfonia del buonumore”. Definizione che però fece dire al Riezel: “Che potenti pensieri sono quelli che gli ispirano quel buonumore! E’ davvero il buonumore d’un dio…”. L’esecuzione della Filarmonica ci consegna integra la forza suggestiva di una composizione di cui Sergio Sablich scriveva: “Altro che puro gioco musicale, altro che settecentesca gracilità costituzionale! L'Ottava è il frutto della completa maturità di Beethoven, un frutto prezioso e perfetto, una conquista dell'ultima postazione prima di spiccare il salto verso le regioni incontaminate dell'ultimo e più tardo stile. Che cosa è del resto la «gioia, bella scintilla divina» della Nona Sinfonia se non una metafisica trasfigurazione del buon umore della Settima e dell'Ottava?”


Sara Di Giuseppe


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